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lunedì 13 maggio 2013

Le voyage dans la Lune



Un fascino senza tempo: breve dichiarazione d'amore




1902



Più di cento anni fa nasceva la voglia di stupire. Con Le voyage dans la Lune, per la prima volta, ci si rende conto che si può andare oltre la rappresentazione teatrale. Viene alla luce la contraffazione, l'inganno. Il nuovo mezzo, nella sua macchinosità e limitatezza, richiede lo sforzo inventivo. L'uomo non è ancora padrone di ciò che utilizza, ma proprio per questo il rapporto non si può ancora invertire. Agli albori della fantascienza, è l'immaginazione che direziona la tecnica. È la volontà di cristallizzare l'immaginario a fornire il tragitto del viaggio. Solo così si sfondano le barriere del conoscibile e si concretizza il meta-fisico. 





L'approdo è rocambolesco: la nave si schianta, lo stile ancora non esiste. Ma è proprio in questo pastiche, in questo susseguirsi di quadri scollegati, che si gettano le basi per tutti i futuri possibili. Sorprendente diamante (ora) grezzo, Le voyage dans la Lune è il prototipo: è la creazione del Genio (lo stregone Georges Méliès) ad essere a sua volta generatrice di illimitate possibilità. Sarà sempre attuale perchè infinitamente stimolante e mai definitivamente esaurita nell'interpretazione.


Il film attinge, nella sua formazione identitaria, da diversi ambiti culturali


Le voyage dans la Lune, in un immagine: la Luna con l'astronave nell'occhio. Nasce il ciclope. Ed eccoli, uno accanto all'altro, "Un chien Andalou" di Luis Buñuel, "Film" di Beckett, "Historie(s)duCinéma" di Godard, Snake Plissken ed Elle Driver. Infinite riconfigurazioni, passate ma mai morte, di una stessa immagine, di una stessa volontà. Nasce l'immaginario nel cinema. Nasce l'immaginario del cinema.




Amo il cinema per il viaggio impossibile che propone. Il suo tendere all'infinito, il suo spingersi oltre. Capisco, ora, che non è semplice narrativa: è la potenzialità della narrazione attraverso l'immagine. Amo sentirmi spaesato.

venerdì 3 maggio 2013

In the Mailbox [5]: La fine di un sogno

La crisi, i soldi, le solite cose. Arriva oggi l'ultimo pacco. Ultimo perché, come preannunciato, le finanze scarseggiano e probabilmente mi prenderò una pausa forzata dagli acquisti compulsivi (domanda: se sono compulsivi, come fai ad importi razionalmente una pausa. Risposta:...). Comunque suona il citofono, è il corriere. Baci, abbracci, e arriva lui:


BAM!


Così grande che per imballarlo è stato necessario appallottolare almeno un quotidiano intero. Roba seria. Togli qualche kilo di fogli di giornale e cosa trovi? Allora...




Si parte subito con due Dvd non proprio miei, anche se per ora li ho pagati io. Si tratta del magnifico Cattivissimo Me della Universal Pictures e del "ancora-non-l'ho-visto" Kung Fu Panda 2 della DreamWorks Animation




Passiamo ai dvd da veri uomini (non ci sono prove che io mi sia commosso con il finale di Cattivissimo me). Edizione Speciale su due dischi del primo Halloween - La notte delle streghe - del mai abbastanza adorato John Carpenter. Pagato una miseria, il secondo disco di contenuto extra non sembra interessantissimo, ma un'occhiata non si nega mai. Con Carpenter non abbiamo ancora finito ma, insomma, abbiate pazienza. Andiamo in ordine...




Eraserhead di David Lynch. Proprio ieri guardavo un video di Frusciante dove affermava che non esiste una versione distribuita nelle sale Italiane del lavoro di Lynch e che probabilmente manca all'appello anche l'edizione in dvd. A quanto pare, si sbaglia. Ora: amo Lynch. Ma l'eccitazione (metaforica... e anche un pò fisica) schizza alle stelle quando ti rendi conto che è un'edizione a cura di Ghezzi e che dentro c'è un booklet pieno di foto e sproloqui in due lingue diverse. Dio, godo. (e comunque il film non esiste in italiano ma sono in lingua originale con i sottotitoli)








Ultimo dvd, À bout de souffle, in Italia conosciuto come "Fino all'ultimo respiro" di Jean-Luc Godard. Film di cui non so molto, ma l'ho preso perchè appartiene alla stessa collana dell'edizione di Essi vivono che possiedo. Confezione con una bella grafica e all'interno un booklet curato dalla rivista Duellanti, nel caso particolare da Carlo Chatrian.








Passiamo ora ai Blu-ray. Ecco che torna Carpenter con Fuga Da New York, edizione scialba ma film immancabile sullo scaffale.



Secondo Blu-ray: Videodrome di David Cronenberg. Inizio a colmare le mie grandi lacune, ed ecco che mi appresto a vedere per la prima volta un film di Cronemberg. Ho scelto questo perchè, insomma, la storia del "body-horror" non mi pare molto rassicurante. (Devo ancora trovare il coraggio di vedere La Cosa di Carpenter)














Ed ecco il pezzo forte. Mega-cofanetto in blu-ray dedicato a Stanley Kubrick. A parte i primi corti, c'è tutta la sua filmografia (peccato per l'assenza di Paths of Glory). In più anche un dvd Bonus che contiene il documentario sulla vita del regista narrato da Tom Cruise (brrrr) A life in pictures e un film sulla carriera di Malcolm McDowell dal titolo O Lucky Malcolm! Chiude la confezione un simpatico libricino con foto e informazioni sui film presenti, carino ma trascurabile.

Credo di aver detto più o meno tutto. I post futuri non so cosa riguarderanno, ho visto Metropolis di Fritz Lang e magari potrei farne una breve recensione. Vorrei anche iniziare un "ciclo" Kubrick e seguire passo passo la visione con dei post per riorganizzare le idee. Chissà. Non voglio illudere il mio (inesistente) pubblico con false speranze. Chissà. Chissà. Chissà.





Ommioddioquasidimenticavo è uscito il nuovo cd della collana Pink Floyd. Ottava uscita, è il turno di A Momentary Laspe of Reason. I Pink Floyd sono la più grande mancanza nel mio bagaglio culturale, e questa riedizione è la spinta che aspettavo per colmare questa voragine. Per ora sto amando Animals, Wish You Where Here ed Atom Heart Mother (la title track è fenomenale). Un pò eccessivo UMMAGUMMA, bello ma eccessivamente anni 80 nelle sonorità quest'ultimo uscito e dimenticabilissimo The Division Bell. Le prime due uscite The Wall e The Dark Side of the Moon le devo ancora recuperare, però questi già li conoscevo. Ok, ora ho detto proprio tutto. (la prossima uscita è Meddle!)


Il sapersi imporre.


OUT!

domenica 28 aprile 2013

In the Mailbox [4]: Grandi acquisti



Tanta carne al fuoco, per la serie: ma dove li trovi tutti questi soldi? Seguirà: tranquilli, stanno per finire.

Iniziamo:

Musicalmente beccatevi niente popò di meno che Django (quello con 3 dita, non quello negro) e i Sigur Rós


Quanto è bella la stampa sul cd di Takk? Per il chitarrista manouche abbiamo invece una compilation dal nome Nuages.

Il 20 aprile c'è stato il Record Store Day e di conseguenza sono uscite parecchie cose interessanti. La feltrinelli proponeva una piccola sezione dedicata a questo evento, mi sono preso un 7'' dei Beatles, che a quanto pare non risulta nel catalogo ufficiale delle uscite del RSD 2013. Boh! Comunque il disco era troppo carino per non prenderlo:


A side: Love me do B side: P.S. I love you


Per quanto riguarda il ciMena, un sacco di film belli. Il primo è L'angelo sterminatore di Luis Buñuel (avete letto la recensione, vero?!?), in una bellissima versione edita dalla Dynit:





Si prosegue con un altro grande classico: Il settimo sigillo di Ingmar Bergman, carina l'edizione, peccato per il booklet solo digitale:




Preso anche Big Fish di Tim Burton, in Bluray. Film visto solo di recente, ma che mi ha letteralmente stregato, sotto i 10 euro sarebbe stato un vero peccato lasciarselo sfuggire!




Si continua con un altro grande classicone, Metropolis di Fritz Lang:



Infine un film a cui sono particolarmente legato: Essi Vivono, di John Carpenter. In un'edizione, tral'altro, gustosissima: è presente un booklet pieno di informazioni e analisi dettagliate, scritto da Massimo Causo:



Puntuali come la tappa al bagno dopo il caffè mattutino, escono anche questa settimana i Pink Floyd in edicola. Questa volta è il turno di The Divison Bell:




Continua l'appuntamento (a questo punto credo ogni due settimane) con le ERB, episodio niente male, per la seconda volta di fila:




Per ora è tutto, anche se nei prossimi giorni arriverà un ordine niente male da ebay. Poi i soldi saranno finiti sul serio.

Out!

martedì 9 aprile 2013

John Carpenter e Kurt Russell: il destino dell'eroe americano



In questo post si parla di:








Il cinema di Carpenter è fantastico perché creativo. Il regista è riuscito con i suoi film, nonostante budget limitatissimi nella maggior parte delle sue produzioni, a dare origine a novità di ogni tipo che sono poi diventate, una volta assimilate dalla massa, linguaggio comune nel cinema contemporaneo. Ciò che non ha avuto successo all'epoca, è diventato oggetto di culto al giorno d'oggi. Uno dei suoi numerosi apporti al cinema americano è stato quello di aver fornito le basi per la creazione dell'action movie moderno, introducendo, anche grazie al sodalizio con Kurt Russell, due personaggi ormai divenuti vere e proprie icone.


Premessa: Napoleon Wilson in  Distretto 13


Sebbene Kurt Russell non sia presente nel film, è indubbio che in Carpenter inizi a germogliare l'idea di un certo tipo di personaggio. Nella storia è così presente Napoleon Wilson (Darwin Joston), vero prototipo di Snake Plissken. L'impostazione è proprio quella che caratterizzerà il protagonista di Escape From New York: totale assenza di background volta a suscitare riverenza ed ammirazione da parte degli altri personaggi. Attorno a Napoleone, così come a Plissken, ruota un mondo di curiosità inesauribile.

Sapientemente, Carpenter non fornisce le motivazioni della condanna a morte di Napoleon

Egli è una figura scolpita nella tradizione e radicata nella coscienza collettiva, volta unicamente a determinare il senso di inadeguatezza dell'individuo: l'eroe è lì, tra il bene e il male, è nel giusto ma per forza fuori dai confini della moralità accettata (e accettabile).

Snake Plissken in “Escape From New York”


L'incipit di Escape From New York è chiaro: la missione presentata, è un suicidio. Lì, dentro al cuore pulsante dell'occidente, ma fuori dai vincoli imposti dalla civilizzazione, nessun uomo libero potrebbe sopravvivere. Carpenter crea questa situazione in modo da poter preparare l'unico terreno possibile di azione per un personaggio del calibro di Snake Plissken: egli è più di un semplice uomo, la sua figura deve sfociare da subito nel mito.
Il suo presentarsi è sempre destabilizzante (da qui la frase con cui verrà accolto sempre “ti facevo più alto”) in quanto la leggenda è pura fantasia, l'uomo che la rappresenta non può mai reggere il confronto con l'immaginazione che lo crea e lo rende immortale. Esteticamente, Carpenter crea un contenitore: il corpo di Kurt Russell diviene la forma tipo dell'action hero, da li ai venti anni a seguire. Dall'occhio bendato alla postura, dalle espressioni facciali alla canottiera, vengono stilate le caratteristiche tipiche di una figura destinata a numerose ri-concretizzazioni: è nata una maschera.
Quello che gli permette di essere eretto a simbolo di una categoria, è il contenuto solo alluso: i riferimenti al suo passato sono pochi e, volutamente, confusi. E' leggenda proprio in quanto è presente ma mai realmente raggiungibile: Snake è poco più di un miraggio, una vera e propria ombra. Non servono dettagli che lo strapperebbero da quell'alone di indeterminatezza e confusione che gli permettono di essere se stesso e familiare a tutti, ma allo stesso tempo un grande buco nero nella storia americana, un fantasma pensato e re-immaginato dalla collettività in modo mai uguale. È nel rapporto con la collettività che l'eroe si configura come tale: Snake sarà per sempre un outsider, una figura fuori dal tempo che compare dal nulla per risolvere la situazione e in fine scomparire di nuovo senza lasciare traccia. Il finale non rappresenta solo il rifiuto di una società gretta e spietata, rappresentante di quei falsi valori di cui si fa portatore il civilizzato cittadino degli Stati Uniti d'America: la sua è una condanna totale all'uomo in quanto tale. Niente divide il Conte dal presidente degli USA, non c'è differenza tra la prigione di stato di New York e una qualsiasi metropoli americana “legittima”. L'umanità si dimostra incapace di configurarsi pacificamente, l'impulso alla società è impossibile. Snake chiede il distacco finale (“chiamami Plissken”), lascia il mondo all'autodistruzione e rifiuta di fatto la socialità in sé, non una determinata etica in favore di un'altra.

L'outsider per eccellenza, non può non essere un fumatore.


Jack Burton in “Big Trouble in Little China”


In “Big Trouble in Little China” la formula Carpenter/Russell viene ripresentata, ma questa volta la prospettiva è completamente ribaltata. Jack Burton, il personaggio impersonato da Kurt Russell, è la dissacrante parodia di Snake Plissken e di tutti i suoi cloni. L'involucro, Russell, è lo stesso ma stavolta ci troviamo ad una figura diametralmente opposta: l'alone di mistero che serpeggia intorno a Snake in Jack Burton svanisce completamente per una cristallina e inequivocabile rappresentazione dell'idiozia americana. Il procedimento di caratterizzazione è il medesimo: non c'è alcuna sovrabbondanza di informazioni riguardo al personaggio, egli funziona in quanto è presente. Con Snake è lo spettatore a caricare di aspettativa e a riempire di contenuto una figura così potenzialmente carismatica, grazie ad una gestione dei dialoghi impeccabile, mentre con Jack Burton c'è poco da fantasticare. Egli è il simbolo della povertà espressiva dell'americano medio: armato di jeans, canotta e panino in mano, la sua unica aspirazione è ritrovare il suo camion. Jack Burton parla di sé in terza persona, convinto non solo della sua sagacia ma del suo stesso essere leggenda. Anche lui è un outsider, ma in modo diverso: non c'è nessuna scelta razionale, nessuna volontà di condanna, solo un'incapacità di fondo. Incapacità, innanzitutto, di stare al passo con gli altri: tutte le scene di azione iniziano con Burton che si mette fuori gioco da solo – mitra che gli scappano dalle mani, calcinacci in testa che lo fanno svenire, corpi di samurai morti che lo bloccano etc. etc. - e finiscono nel momento esatto in cui ormai è pronto per scatenarsi. Incapacità, però, anche di rendersi conto della situazione e del proprio ruolo: ha importanza solo il suo camion, non capisce l'entità della minaccia e salva la situazione nello stesso modo in cui gioca d'azzardo. Burton è idiota in senso stretto.
La genialità di Carpenter risiede non solo nel confezionare un film innovativo, adrenalinico e divertentissimo ma, soprattutto, nell'usare come punto di riferimento un personaggio unico ed irripetibile, Jack Burton: la ridicolizzazione di una delle sue creazioni più riuscite e di tutti i suoi (impliciti?) epigoni.

È una questione di riflessi. E di rossetto.

Snake Plissken, di nuovo, in “Escape from L.A.”


Infine bisogna confrontarsi con il seguito di Escape from New York, ovvero Escape from L.A.
Dopo un'assenza di più di un decennio (sia nel film che nella realtà) Snake Plissken torna sul grande schermo per compiere un'altra, improbabile, fuga. Il film, inevitabile fallimento sia di critica che di pubblico, è praticamente un remake del primo episodio, più che un suo sequel. In che cosa consiste questo remake? Carpenter non fa altro che riproporre lo schema di Escape From New York invariato, con il medesimo personaggio in uno scenario modernizzato di quindici anni. Il film presenta, dunque, non la parodia dell'eroe, ma la messa in ridicolo dell'apparato narrativo in cui esso si muove: l'action movie. Nel tempo trascorso il genere ha subito un'evoluzione che lo ha portato ad implodere: i film e i loro protagonisti sono diventati la caricatura di loro stessi. Escape From L.A. Coglie in pieno questa deriva: la colonna sonora pacchiana composta da brani non pensati per il film (anche i TooL, per quanto intrinsecamente californiani, stridono una volta sovrapposti alle immagini), effetti speciali non necessari e, più generalmente, una fotografia improntata alla spettacolarizzazione. La situazione e le premesse sono le stesse dell'originale, ma qui non funziona più niente, tutto è votato all'eccesso e all'esagerazione. Il film gioca in continuazione con le aspettative dello spettatore e si diverte nel tradirle in successione: così dove si intravede un'arena e si immagina la riproduzione dello storico combattimento tra Snake e Slag, tutto ciò che accade è una pseudo-partita a basket. Gli esempi sono innumerevoli, ma l'intento è chiaro: il personaggio è invecchiato ma eterno, il genere (proprio perché spettacolarizzato) ormai morto.
Il finale può essere tranquillamente letto in chiave cinematografica. Non c'è più l'anarchica condanna di tutta l'umanità, ma la voglia del regista di ricominciare da capo annullando una storia ormai satura. Storia di un modo di fare cinema, volontariamente o meno, iniziata anche da lui. Si riparte da zero, ma Snake sopravvive. È lui l'ultimo eroe possibile, l'unico simbolo immortale di una forza distruttrice senza padroni.

L'azione è così volutamente sopra le righe che Snake trova il tempo per battere il cinque ad un amico surfista, mentre cavalcano uno tsunami. Il tutto con una pallottola piantata nella gamba, ovviamente.


 A questo punto è facile capire come è riduttivo considerare Snake Plissken un semplice personaggio. La sua iconocità ha facilmente sfondato le barriere del medium cinema ed è stata capace di riconfigurarsi e suggestionare una quantità elevata di autori e spettatori/fruitori. Ecco due rapidi esempi dell'universalità della sua figura:

Hideo Kojima, nella creazione della stirpe dei protagonisti della sua acclamatissima e famosissima serie di videogiochi "Metal Gear", rende chiaramente omaggio a Snake (tanto da utilizzare anche lo stesso nome per Solid Snake)
Big Boss, il soldato leggendario.



Il duo elettronico Justice ha realizzato un videoclip musicale dove, ancora una volta, i tratti distintivi di Snake Plissken appaiono con prepotenza anche se pesantemente decontestualizzati. Il rimando, a maggior ragione, acquista ancora più validità.