Turbato ma affascinato,
ecco come mi sono sentito dopo la visione di Only God Forgives. Un
film interminabile ma breve, una tortura: un vero incubo. Parecchi
sono gli spunti ricavati, non voglio limitarmi e quindi evito di
scrivere una recensione asfissiante nella sua direzionalità.
Propongo un piccolo saggio, con considerazioni che in alcuni casi
esulano dalla ricezione in sé.
Nota: ho avuto parecchi problemi con l'uploading delle immagini, soprattutto perchè ancora non se ne trovano molte su internet. Di quelle che sono riuscito a mettere, l'editor di google me le fa impostare o a dimensione francobollo o così grandi da sforare l'impaginazione, il che mi rende molto triste. Diciamo che in generale per quanto riguarda impaginazione e contenuti questo post è un work-in-progress.
Julian è un americano che gestisce una palestra
in Thailandia come copertura per i suoi loschi affari di famiglia.
Quando il fratello viene ucciso, la madre raggiunge il suo unico
figlio rimasto in vita con l'intenzione di ottenere vendetta...
Scortati attraverso infiniti corridoi
Pantheon in Divenire
Sovrapposizione programmatica: il film cerca l'inquadratura per fissarsi in un
posa inanimata.
Relazione morbosa con la madre, personaggio simbolo di squallore e crudeltà. Krstin Scott Thomas incontra Donatella Versace.
Le scene del karaoke sono le più decontestualizzanti in assoluto. Ma è proprio grazie ad esse che il film acquisisce una sua identità.
Anche cromaticamente, Chang è scollato da tutto il resto del film
Una piccola pausa dalle analisi/pseudo-recensioni cinemaografiche per lanciare due mini-rubriche. Sicuramente meno pretenziose, indicano da una parte, l'esplicita volontà di esplorare tutte le potenzialità offerte da un blog, dall'altra una disarmante assenza di direzionalità in quello che scrivo. Cosa sto facendo?
In the Mailbox: Principalmente foto dei miei acquisti, che nel 90% dei casi arrivano via posta, da qui l'originalissimo titolo, più qualche accenno alle novità pubblicate nel panorama musicale/cinematografico e non solo.
Cosa aspettarsi dal futuro: una sorta di agenda/reminder/sveglia su cosa verrà pubblicato. Musica, cinema, libri, qualsiasi cosa. Indicare dove catalizzare la propria attenzione, ma soprattutto perchè farlo. Cosa ci aspetta? Segnamolo sul calendario.
Ok? Ok. Pronti, partenza...
In the Mailbox
Grazie a Discogs, ho finalmente trovato un modo di soddisfare il mio feticismo (musicalmente) periferico. È arrivata oggi la seconda parte di un ordine proveniente dall'Inghilterra:
Insolita l'idea della copertina composta dal booklet più un pezzo di cartoncino ripiegato
Unita insieme alla prima parte dell'ordine, che consiste in Under the Running Board, Miss Machine e (l'anonimo quanto trascurabilissimo, ahimè) The Beyond dei Cult of Luna, si potrebbe tranquillamente pensare che io sia un grandissimo fan dei Dillinger Escape Plan, o al massimo uno piscopatico con pessimi gusti musicali.
Notevole il digipack di Miss Machine con dvd bonus. I video delle performance live sono a dir poco inquietanti.
Scarto entrambe le ipotesi, sono solo un curioso ascoltatore del tipo "se i cd te li tirano dietro... perchè no?" Capitolo a parte per quanto riguarda Mike Patton. Per lui si, sono pazzo e fanboy.
Segnalo, inoltre l'uscita, del quinto cd della collana "Pink Floyd", reperibile in edicola con la Repubblica o TV Sorrisi e canzoni. Stavolta tocca ad Animals:
La riedizione è molto carina, digipack, copertine originali e booklet pieni di foto. Nessun logo di riviste o cose del genere. L'unico difetto la stampa sul cd, tematicamente uguale per ogni uscita, cambia solo la scelta cromatica. Peccato.
Questa edizione si basa sulle tracce audio della versione "remastered" delle opere dei Pink Floyd uscita nel 2011
Acquisto consigliato, l'importante è non comprare TV Sorrisi e canzoni.
Infine, non è nella mailbox ma è comunque uscito, ecco a voi l'ultimo episodio pubblicato delle Epic Rap Battles of History. Un divertentissimo Skrillex Vs. Mozart riporta la serie ai suoi antichi fasti:
Cosa aspettarsi dal futuro
- Per puro caso, oggi è la loro giornata, scopro che il 15 maggio uscirà il nuovo cd dei Dillinger Escape Plan, dal titolo: One of us is the Killer per l'etichetta Party Smasher/Sumerian.
Qui il primo singolo estratto dall'album: Prancer. Sicuramente un disco da tenere d'occhio, se il genere piace. Difficile riuscire ad assimilarli, ma in quello che fanno (per alcuni: cacofonia) sono tra i migliori.
- Continua l'attesa per l'omonimo album di debutto dei Palms. Supergruppo formato da Jeff Caxide (basso), Aaron Harris (batteria), Bryant Cliffor Meyer (tastiere), tutti e tre ex-membri dei defunti Isis, con l'apporto di Chino Moreno (voce), ben più famoso frontman dei Deftones. La curiosità c'è, anche se la puzza di fregatura un pò si respira: i superfeaturing raramente (vedi anche: mai) rendono giustizia alle aspettative.
L'album uscirà il 25/6/2013 sotto l'etichetta Ipecac Recordings. Si, quella di Mike Patton. Si, lo amo.
Oh, quanto lo amo...
- Sempre a Maggio, il 17 questa volta, uscirà il nuovo album del simpatico duo di robottini Daft Punk. Il titolo: Random Access Memory. Dopo i due capolavori di Homework e Discovery, il mezzo (falso) passo falso di Human After All e una serie di videoclip musicali che fatto storia, un pò tutti siamo in trepidante attesa. Secondo me, ce la fanno.
One more time!
Dal fronte cinematografico, cosa ci aspetta?
- Innanzitutto, bisogna avere paura del prequel di 300, 300: rise of an empire, diretto sempre da Zack Snyder, e del secondo adattamento su pellicola di Sin City, Sin City: A Dame to Kill For. Sebbene le aspettative del prequel di 300 siano ben più basse dell'altro titolo atteso, i terribili presagi ci sono per entrambi: Frank Miller, indirizzato dal suo fascismo (non tanto) latente, è un soggetto irrequieto di difficile prevedibilità. Adattarlo al cinema poi, è sempre una scommessa. Consoliamoci che da una parte abbiamo Eva Green, dall'altra Jessica Alba. Per tutti i gusti.
Come dimenticare?
- Si dice che David Lynch, anzi è proprio lui a dirlo, insieme a Laura Dern, sia a lavoro sul suo prossimo progetto. Cinematografico, questa volta. A quanto pare anche loro hanno avuto bisogno di tempo per riprendersi da Inland Empire. Comunque, godo.
"Ci sono un napoletano, un romano e un carabiniere. Il primo fa:.."
- Sembra che il remake di Escape From New York, prima o poi (speriamo poi), si farà. Tra i papabili Snake Plissken abbiamo: Jason Statham e Tom Hardy. Il primo un pelato, il secondo una scelta potenzialmente interessante, anche se difficile da immaginare come sostituto di Kurt Russel.
Tom Hardy in Bronson. Per Snake, serviranno sicuramente più capelli. E una benda. Ah, e una canotta.
- È uscito anche in Italia il film The Place Beyond the Pines, da noi poeticamente ribattezzato "Come un tuono", diretto da Derek Cianfrance. La scelta di Ryan Gosling come protagonista invoglia certo alla visione, pareri della critica parecchio discordanti sia in America che qui in Italia, reprimono questa gioia. Potenzialmente, un polpettone. Vedremo. La colonna sonora, che ve lo dico a fare, è di Mike Patton. Eh già. È ovunque. Come fate a non amarlo?
- L'ombra del dubbio svanisce (se fossi veramente sagace direi: "[...]svanisce per essere rimpiazzata dall'ombra proiettata da una monolitica erezione scaturita dalla sola visione..." Ma aspetterò di avere un po' più di confidenza con il medium blog. Giocarsi la prima allusione sessuale è un passo importante. Non mi sento ancora pronto, aspetto la persona giusta etc. etc.) con il primo trailer della nuova fatica Refn/Gosling, Only God Forgives. Si continua sulla stessa scia di Drive, l'impazienza è alle stelle.
A parte questo, è bandita la visione di futuri trailer. Bisogna andare al cinema e potersi ancora meravigliare.
Un pilota d'auto divide le sue giornate tra il lavoro di
stuntman e quello di autista dei rapinatori di banche. La
quotidianità si interrompe quando conosce la sua nuova vicina di
casa, Irene: per sistemare il passato del suo compagno i tre
finiscono in una situazione ben più complicata...
Durante tutta la visione di Drive, ci
si sente spaesati. Le pellicole di Nicolas Winding Refn non sembrano
certo pensate per dare sollievo allo spettatore. Per indagare Drive,
è impossibile non parlare dell'altro (primo) vero capolavoro del
regista: Bronson. È interessante notare come entrambi i
film si basino esclusivamente, anche se in modo diametralmente
opposto, sulla potenza dirompente di una figura maschile: fisica e
imponente quella di Tom Hardy, iconica quella di Ryan Gosling. Da
questo punto di partenza i due film prendono due strade completamente
opposte. Bronson si caratterizza come una riscrittura della realtà
partendo da una dimensione interna, surreale. Lo spettatore viene
gettato senza preavviso dentro alla mente schizofrenica di Charles
Bronson, che racconta la sua vita in modo disconesso e onirico. Il
monologo interiore è presentato come uno spettacolo, un'esibizione
davanti ad un pubblico che c'è, ma non si riesce a percepire: il
violento autismo del detenuto più pericoloso d'Inghilterra, viene
genialmente rappresentato in un non-luogo fittizio. La realtà può
presentarsi solo nel luogo massimo dell'assurdità e della fantasia,
il teatro. Ciò che è massimamente violento, impulsivo e caotico,
assume concretezza e validità nel momento stesso che è presentato
dal suo punto di vista proprio: la mente di uno psicopatico. È il
dispositivo cinema, così adoperato da Refn, che ha la pretesa e le
capacità di spiegare pienamente il fondo oscuro del mondo,
contemporaneamente estraniandosene.
Questa dinamica è, in un certo senso,
“accomodante” nei confronti dello spettatore: al senso di
dispersione dettato dalle premesse, si rimedia subito con
l'accettazione di tutto lo svolgimento del film. Drive, non è così
gentile. Infatti, rispetto al suo predecessore, il procedimento è
inverso: è la realtà ad essere il substrato di una narrazione
riducibile ad un impianto fiabesco, quindi volutamente non
realistico.
Lo schema di fondo è certamente quello
della fiaba. Il protagonista è il cavaliere senza nome, l'eroe
solitario senza un passato. Ci sono la donzella in pericolo e i
cattivi, monodimensionali nella loro crudeltà. Con l'inevitabile
confronto tra il bene e il male, il finale non apporta nessun
guadagno, nessuna conclusione (e nessuna furbata alla Inception, per
citare un finale aperto a caso) ma solo la sensazione di aver
assistito ad un racconto senza tempo, senza volto infinitamente
ripetibile nella sua universalità.
La forma, collaudata, non attinge a
nessun contenuto tipico: l'appiglio viene a mancare proprio nel
momento in cui ci si rende conto che l'immaginario usato per dare
vita a questa narrazione fantastica, attinge unicamente a ciò che
immaginario non lo è per niente. La grandezza di Refn risiede
proprio nel riuscire a far compenetrare questi due piani tramite una
consapevolezza delle potenzialità della macchina da presa. Il
cinema, quello di Refn, è in grado di catturare la realtà e
dominarla: tramite un processo di estetizzazione riesce a cogliere il
comune e a ipostatizzarlo, rendendolo fuori da ogni collocazione
possibile. Il film riesce a crearsi una sua personalissima identità
proprio nel presentare elementi familiari ma, paradossalmente, non
individualizzabili in uno spazio e in un tempo precisi. Si pensi al
protagonista: il suo essere non è dato da una storia pregressa, più
o meno raccontata, ma dalla potenza dell'impatto visivo che lo
presenta. La giacca con lo scorpione, lo stuzzicadenti, le mani in
tasca, i guanti indossati alla guida ed un'infinità di altri
dettagli. Così, anche il contesto: tutto, dalla fotografia alla
colonna sonora, contribuisce a rendere una Los Angeles moderna ma
allo stesso tempo esteticamente bloccata negli anni 80. Una città
senza tempo, per un eroe senza tempo.
La narrazione non procede per dialoghi.
Le interazioni sono limitate ad immagini fatte di silenzi, a scene
girate così maestosamente da sembrare veri e propri affreschi.
Microscopici movimenti su uno sfondo immobile, creano tensione ed
aspettativa che spesso non si risolve nell'atto violento che ci si
aspetta: lo spettatore è tenuto sempre in una condizione di nervosismo.
L'abbandono della familiarità si ha
già dal titolo. “Drive” non è un film di macchine. Gli
inseguimenti ci sono, ma il perno non è certo individuabile nelle
scene di guida. Ciò che “guida” realmente il film è la
necessità del compimento fiabesco, che si configura in un impulso
alla violenza da parte del protagonista. Il cambiamento, dettato dal
piombare nella vita del Driver (Ryan Gosling) della figura femminile
di Irene (Carey Mulligan), deve
risolversi in niente e annullare tutto in un trionfo di violenza. Due
sono le scene cardine del film: la scena dell'ascensore e quella al
di fuori della pizzeria. Entrambe girate in modo maestoso, sono veri
e propri momenti di catarsi.
Nella prima, l'eroe capisce
l'impossibilità di caratterizzarsi in modo diverso, concreto. La sua
essenza rimarrà per sempre simbolica, il legame con l'altro è
impossibile. La violenza che salva, necessaria, è anche l'orrore di
sé, il distacco dalla realtà. Irene si allontana, le porte
automatiche si chiudono: la fiaba è costretta nel suo percorso.
Nella
seconda è il film stesso a percepire lo scarto identitario: la
realtà viene abbandonata, il protagonista elevato a supereroe. La
maschera da controfigura, completamente inespressiva, diviene la sua
nuova pelle, la sua essenza. Il mondo dall'altra parte della porta a
vetro, sporco e corrotto, fa si che l'isolamento sia una condanna
necessaria. Gosling diviene la controfigura di sé stesso nel
dispiacere di un destino da compiere: il supereroe è l'annullamento
di ogni pulsione di socialità e di contatto con il reale.
Chiudo con le parole del regista che, non a caso, ha tracciato una forte connessione fra Drive e il suo successivo film, di prossima uscita: "Only God forgives"
"[Only God Forgives] is very much a continuation of that
language"—"[i]t's based on real emotions, but set in a heightened
reality. It's a fairy tale."