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domenica 28 luglio 2013

Sveltina [6]: Seven



Seven
Titolo italiano Regia Anno Genere Con
Seven
1997 Thriller Morgan Freeman,
Brad Pitt
In una città americana senza nome, i due detective Mills e Somerset, si trovano all'inseguimento di uno spietato serial killer. Ogni omicidio, l'espiazione di un peccato capitale: questa l'unica pista da seguire...







Grottesco e caricaturale, Seven è un titolo che, nella sua ambiguità, fornisce una perfetta rappresentazione delle incongruenze della società occidentale moderna.








La storia si presenta come l'archetipo di ogni thriller poliziesco. Si parte dall'ingenua presenza dei due protagonisti antitetici, Morgan Freeman poliziotto cinico e disilluso (quasi in pensione) e Brad Pitt giovane detective irruento ma fortemente convinto del suo ruolo, che operano in una città senza nome, la grande metropoli americana. È l'immaginario americano, che nella sua semplicità, accompagna lo spettatore per mano. Volutamente non vengono fornite ulteriori coordinate: chi guarda deve sentirsi a casa ma allo stesso tempo spaesato. È il genere stesso, il thriller, ben prima delle istanze sociali, ad essere sovvertito.





Il vero protagonista, il motore dell'azione, è l'anonimo John Doe (interpretato da un grandissimo Kevin Spacey). A dettare le regole sono la squilibrata violenza e la follia calcolata del mimetico ordinario. Non c'è nessuna corsa contro il tempo, anzi, la rin-corsa dei due detective è solo apparente: essi sono immobili, burattini del diavolo che si affannano per il suo compiacimento. Questo è il perno del film: l'orrore massimo non è nulla di trascendentale, è quanto di più comune. La pellicola vive nel continuo sfaldamento degli opposti manichei su cui il popolo americano basa le sue convinzioni. Il bene e il male, la famiglia e l'isolamento, violenza e giustizia. In una messa in scena così cruda e volutamente esagerata della morte, dove insetti pasteggiano sugli escrementi di corpi mutilati, anche la vita non è più riconoscibile. Le torture prescindono dal significato pseudoreligioso (questo forse il più grande aiuto/inganno del film) solo per accompagnare al totale rigetto, e il massimo annullamento è la scelta a cui sono obbligate tutte le vittime: il rifiuto della vita.




Ma, ancora una volta, per quanto riguarda i protagonisti, non si può parlare di vere e proprie scelte. Tutto è in mano al glorioso progetto del demiurgo John Doe. Ingenuità narrative, dialoghi didascalici e ridondanze nella messa in scena si ribaltano nel loro opposto nella sequenza finale, confermando l'intenzionalità da parte di Fincher di articolare il suo prodotto in questa direzione. Perfetta la scelta registica di non mostrare il contenuto del pacco nella scena finale del film. Il vero orrore non è la scia di sangue, situata sempre un passo avanti a Somerset e Mills, ma il fatto di aver percorso questa strada fino in fondo. La realizzazione non è tramite la vista, ma attraverso l'azione. Il vero mostro è chi tacitamente acconsente, chi si nasconde dietro alle illusioni del sogno americano. Il patetico nucleo interno viene disgregato, la speranza del giovane detective totalmente annullata. Non c'è via di fuga, il piano si conclude, la spirale di violenza è circolare. Non si può sfuggire alla tragedia, si graviterà per sempre nella sua orbita.





"'The world is a fine place and worth fighting for.' I agree with the second part."

lunedì 22 luglio 2013

Sveltina [5]: Another Earth



Another Earth
Titolo italiano Regia Anno Genere Con
Another Earth
2011 Fantascienza
Drammatico
William Mapother,
Brit Marling
La giovane Rhoda Williams causa un terribile incidente stradale in cui rovina la vita del compositore John Burroughs, lasciandolo in coma ed uccidendo sua moglie e suo figlio. Intanto in cielo appare un nuovo pianeta, visibile ad occhio nudo, in tutto e per tutto uguale alla nostra Terra...





Another Earth, primo esperimento dietro alla macchina da presa di Mike Cahill, è un buon film che riesce, nonostante gli eccessi di una regia un po' troppo indie/tremolante, a ritagliarsi un suo spazio, una sua identità. Fallisce nel finale, nell'intento di voler stupire per forza. La base fantascientifica, gestita ottimamente per quasi tutta la pellicola, è un solido contesto nel quale articolare il dramma personale della protagonista: l'eterno binomio libero arbitrio/predestinazione ottiene nuova linfa vitale nella contestualizzazione della terra gemella. Siamo veramente destinati agli stessi errori in ogni situazione possibile? E se esistessero dei nostri doppi, porterebbero avanti le stesse scelte?





L'intuizione di “Terra 2” così minacciosamente vicina, resa da una fotografia straordinaria che ci regala l'immagine più bella di tutto il film (che non a caso sarà usata nella locandina), impone un senso di urgenza e di obbligata riflessione sulle proprie azioni. Il mondo non può non vedersi costantemente, come davanti ad uno specchio: la protagonista deve fare i conti con i propri demoni. Ed ecco che lo spunto macrocosmico diventa, di riflesso, la paradossale storia d'amore microcosmica tra la vittima e il suo involontario carnefice. Il progresso psicologico di Rhoda, vero perno del film, si impone violentemente tanto che lo spettatore è quasi portato a credere che Terra 2 sia solo un'invenzione onirica della ragazza, e il film la rielaborazione solipsistica dell'incidente iniziale. Nonostante le didascaliche e ridondanti interazioni familiari gestite in maniera eccessivamente superficiale (senza contare la ridicola figura dell'inserviente), il dramma di Rhoda è palpabile e coinvolgente. Purtroppo, l'equilibrio raggiunto si spezza nell'ultima scena.




Con violenza la fantascienza si impone come unico punto di vista accettato e fa crollare l'impostazione del film in un finale secco, tranciato e tranciante, che lascia spazio a numerose interpretazioni: sinceramente, non necessarie. All'incertezza emotiva Cahill preferisce il dubbio pseudorazionale che esige una spiegazione trascendente l'esperienza personale. La centralità di Rhoda si perde, l'interesse anche.
Da segnalare una bella colonna sonora, semplice ma appropriata, ed una buona prova attoriale di Brit Marling, alla sua prima esperienza in un lungometraggio. 


Brit Marling e Mike Cahill. Oltre ad essere, rispettivamente, protagonista e regista del film, entrambi hanno firmato la sceneggiatura.

martedì 9 luglio 2013

Sveltina [4]: L'Uomo che Fissa le Capre



The Men Who Stare at Goats
Titolo italiano
Regia
Anno
Genere
Con
L'uomo che fissa le capre
2009
Commedia
George Clooney,
Ewan McGregor
Il reporter Bob Wilton è in cerca della storia della vita, per risollevarsi dalle continue delusioni lavorative e familiari. Decide allora di andare in Iraq, per sperimentare il brivido della guerra. Lì incontrerà Lyn Cassady, militare in pensione che sostiene di avere poteri psichici...






Un film che cerca di ritagliarsi un'identità da “commedia brillante”, sulla falsa riga dei fratelli Coen, ma fallisce ampiamente facendosi schiacciare dal peso del materiale di provenienza. Un'ottima prestazione di Clooney salva il film dalla mediocrità.






Sebbene ci si accosti alla visione con grandi aspettative, già dai titoli di apertura ci si rende conto che qualcosa non funziona. Il pretenzioso “based on a true story” è infatti sostituito da “more of this is true than you believe”. Cosa significa? Significa che si, la sceneggiatura è basata sull'omonimo libro, scritto nel 2004 dal reporter Jon Ronson, ma il film cerca di fornire un punto di vista diametralmente opposto a quello della sua fonte. Se l'opera di Jonson è un documentario/reportage sulle connessioni tra esercito degli Stati Uniti d'America e studi sulla possibilità dell'implementazione di poteri psichici in tattiche militari (che per quanto assurdo possa sembrare, non presenta nessun grado di finzione nella sua inchiesta), la pellicola di Heslov è pura fiction. Una commedia basata su queste premesse, con personaggi e situazioni pensate ad hoc per mettere in ridicolo un certo tipo di cultura New Age americana. Il problema è che gli sceneggiatori (complice forse la presenza dell'autore del libro) non hanno il pieno coraggio di distaccarsi dal materiale documentaristico, non riuscendo a imprimere fino in fondo il loro tocco. La pretesa dissacrante, tramite la messa in scena di personaggi fuori di testa, fallisce nel voler ribadire costantemente che “c'è più verità di quel che ci si aspetti”. Gli hippies sotto acidi sono ridicoli nei loro discorsi alterati, ma forse non hanno tutti i torti: gli indizi disseminati nel film, trovano la conferma nella scena finale. Le forze psichiche esistono, la paronoia complottista americana viene legittimata, ma tutto assume un sapore amaro. 


I militari incontrano la cultura Hippy.



Non si capisce bene la posizione del film, tra la volontà di strappare una risata e quella di stupire ribaltando le convinzioni. Tutto sarebbe funzionato in modo migliore, se si fosse scelto un approccio più semplice, meno fantascientifico. Sarebbe significato tradire il libro di Jon Ronson? Forse si, ma gli americani avrebbero bisogno ogni tanto di svegliarsi dai loro sogni. Sembra che per un determinato pubblico basti citare il “dark side” di Star Wars, il terzo occhio (tatuato sul petto...) e Timothy Leary per conferire carattere di verità ad una storia così assurda ed ignorante che non fa altro che chiedere a gran voce di essere derisa. Manca, all'americano medio, la capacità di astrazione e autocritica. Il film cerca di spingere in questa direzione, ma poi si accomoda troppo verso il suo pubblico e cerca di rassicurarlo. Negli USA, grande nazione basata sul precetto immaginifico del sogno, l' “american dream”, tutto è possibile. Peccato.


Bridges, Clooney e Spacey


Degne di nota le interpretazioni del cast, tra cui figurano i nomi di Jeff Bridges e Kevin Spacey. Su tutti, spicca il personaggio di Lyn Cassady interpretato da Clooney. Prova attoriale che centra in pieno le intenzioni della sceneggiatura, regala la scena della capra che da sola vale la visione del film. Peccato che, per ribadirlo ancora una volta, non basta un personaggio a portare avanti un'intera storia. Anzi, è proprio essa a depotenziarlo: il nevrotico hippy di mezza età, forse alla fine era veramente uno sciamano. Sparisce nel Sole, lascia un alone di msitero dietro a sé. Per me, rimane molto più forte nella concretezza del suo sguardo allucinato che cerca di uccidere col pensiero una povera capra.


Dark-Side.


martedì 2 luglio 2013

Sveltina [3]: Mr. Nobody



Mr. Nobody
Titolo italiano Regia Anno Genere Con
Mr. Nobody
2009 Drammatico
Fantascientifico
Jared Leto,
Diane Kruger
Nell'anno 2092, Nemo Nobody, ultimo uomo mortale ormai ultracentenario, si ritrova a raccontare la sua particolare vita ad un giornalista. Tutto mentre è il protagonista di un reality show dove è il pubblico a decidere le sorti della sua esistenza...




Mr. Nobody è un'opera mastodontica che tiene incollati allo schermo per tutta la sua durata, nonostante la sua lunghezza non proprio agevole. Fantascienza e drammi esistenziali coesistono in una storia interessante raccontata attraverso una perfetta padronanza della macchina da presa. La pellicola si presenta come un'esperienza unica che però non sembra spingersi fino al limite delle sue possibilità. Manca, alla fine, la possibilità di un vero coinvolgimento da parte dello spettatore di fronte ad un film che non ammette imperfezioni.



 

Aut Aut


Tema centrale del film è la scelta, intesa come azione significativa. Attenzione: non un punto di rottura che provoca un cambiamento di stato da una situazione A ad una B, ma in quanto punto di dilatazione e di creazione. Il senso ultimo del film risiede nel dimostrare che la scelta non è mai esclusiva, ma che l'essere ha la stessa validità di ciò che non è. Nessuna scelta esiste veramente, tutto è possibile e per questo non c'è differenza tra lo scorrere degli eventi e ciò che non avviene concretamente. La verità massima quindi risiede nell'immaginazione e nel suo potere poietico: quale mezzo migliore del cinema per esprimere questo potenziale? Ogni realtà va accettata in quanto pensabile. Non è un caso che il film attribuisca il medesimo valore ad ogni sua storia interna: la stessa fantasia di un viaggio su Marte è plausibile proprio come un amore mai sbocciato.


Sliding Doors


Multi-Dimensional-Quantistic-Love-Story


Il coraggio della pellicola risiede nel voler proporre teorie scientifiche e filosofiche avanzate, senza mai sfociare in tecnicismi, ma rimanendo ancorato ad un impianto drammatico/fantascientifico. Così dilatazione dell'universo e meccanica quantistica vengono agevolmente riportate sul piano di una storia d'amore... multidimensionale. La complessità dei temi trattati è gestita egregiamente, tanto che tutte le contraddizioni e tutti i punti interrogativi sorti nello spettatore, dovute necessariamente dall'inesplicabilità di una narrativa non lineare, si risolvono nel finale. Ogni elemento viene ricondotto proprio a quell'immaginazione di cui accennato sopra. Ciò, a conti fatti, crea una coerenza di fondo apprezzabile, ed annulla qualsiasi rischio di tensione iper-razionalistica dello spettatore che vuole necessariamente una soluzione ancorata al nesso causale. Sotto questo aspetto, Mr, Nobody se la cava perfettamente. Riesce a rendere credibile il suo universo per poi farlo collassare su sé stesso senza bisogno di una spiegazione logica: la sceneggiatura, seppur in modo inaspettato, riesce a chiudersi nel più degno dei modi.


Scelte: infinite possibilità.


Proprietà di linguaggio


I problemi, nascono sotto un altro punto di vista. La densità di contenuti viene accompagnata da una presentazione formale ineccepibile. Mr. Nobody è una rappresentazione stratificata e complessa del significato della vita. Gli unici punti di appiglio che lo spettatore trova li deve saper riconoscere nel linguaggio cinematografico. Nella potenza dell'immagine risiede più significato di un qualsiasi discorso sulla dilatazione dell'universo o sull'entropia for dummies che ci viene proposto dal protagonista. I suggerimenti sono infiniti: dalle scelte cromatiche che accompagnano e contraddistinguono ogni realtà possibile alle scelte di montaggio che creano un perfetto fluire degli avvenimenti nonostante la narrativa fortemente stratificata e sconnessa. Menzione d'onore alla colonna sonora anch'essa implementata perfettamente nella storia (la transizione temporale con la sovrapposizione delle due versioni di Mr. Sandman è un ottimo esempio). Per non parlare del lavoro svolto con la scenografia e la fotografia che creano ambienti così surreali e familiari allo stesso tempo da tenere sempre altissima l'attenzione. Tra split screen, effetti speciali, sequenze invertite e cambi di ambientazione senza stacchi di montaggio (perdonate la pochezza espressiva, ci sto lavorando/studiando sopra), lo spettatore viene continuamente bombardato. L'immaginazione ha la sua rappresentazione formale perfetta.


Esempio di suggerimenti cromatici. Il film parla ancor prima di raccontarsi narrativamente.


...Spotless Mind


La problematicità avviene proprio in questa sovrabbondanza di contenuto e di perfezione tecnica. Il confronto con Eternal Sunshine of the Spotless Mind è inevitabile. Si nota subito una somiglianza di approccio nell'uso degli effetti speciali tra i due film, data dal fatto che condividono lo stesso visual effects supervisor: Louis Morin e la sua compagnia Modus FX.
Rischiando di sfociare nel gusto personale, ritengo Eternal Sunshine un prodotto ben più fruibile sebbene molto più limitato. Ma è proprio questa sua limitatezza a tracciare i confini di una forte identità personale. Il film di Michel Gondry parla ancor di più di Mr. Nobody tramite l'uso degli effetti speciali. Ben più della scelta, è il tema del ricordo a giovare incredibilmente delle possibilità offerte dal cinema. La goffa storia d'amore tra Joel e Clementine risulta più immediata e meno forzata di questa grandissima epopea filosofica. Probabilmente i due film sono due facce della stessa medaglia, ma il primo è genuino e rilassato, non c'è spazio per una ricerca esasperata (ed esasperante). Mr. Nobody, invece nelle sue due ore e mezza (versione director's cut) sembra voler stupire per forza lo spettatore sovraccaricandolo di informazioni ed effetti speciali. La perfezione si paga: si sente la mancanza di una certa spensieratezza, di alcune ingenuità di fondo che portano alla meravigliosa sincerità di un Eternal Sunshine. In alcuni punti, soprattutto nella parte centrale, si arriva a pensare che Mr. Nobody, tecnicamente ineccepibile, sia un prodotto senza cuore, troppo impegnato ad impressionare per riuscire a raccontare la semplicità essenziale di quello che sta cercando.


Nel cuore.

sabato 1 giugno 2013

(Doppia) Sveltina [2]: Outrage - Outrage Beyond



Outrage/Outrage Beyond
Titolo italiano
Regia
Anno
Genere
Con
Outrage/
Outrage Beyond
2010/
2012
Yakuza film
Takeshi Kitano,
Ryo Kase
Il clan Sanno, uno delle più grandi famiglie della yakuza, è in continuo subbuglio. I numerosi tradimenti invertono continuamente le alleanze e distruggono la fiducia reciproca. Dagli scagnozzi alla base, fino ai capi in cima, nessuno è risparmiato...











I due Outrage sono le ultime produzioni del regista Takeshi Kitano. Non sono uniti semplicemente da un filone narrativo, ma da una vera e propria sovrapposizione applicabile in tutti i campi. Beyond non è un sequel, ma l'espansione di un concetto (da qui l'andare “oltre”), quasi ci trovassimo di fronte ad un remake.
La prima coincidenza si ha nella struttura narrativa: non solo nel tema centrale è l' ”outrage” da cui derivano le conseguenze, ma nello stesso modo in cui esso si struttura. Ad esempio, in entrambi i film, non solo è presente un momento che si potrebbe schematizzare nel “capovolgimento” della situazione iniziale, ma anche registicamente la sequenza è affrontata nella stessa maniera: ovvero un montaggio frenetico di scene scollegate tra loro dove, senza spiegazioni ed introduzioni di personaggi, sono presentati atti di violenza e disordine ad indicare il fatto che i rapporti di forza tra i clan mafiosi stanno cambiando.




Kitano, però, non si limita a riproporre lo stesso tracciato anzi, gioca e sperimenta con quanto già detto in precedenza. Esempio lampante è l'uso del fade-out e del fade-in nei cambi di scena. Espediente molto utilizzato nel primo Outrage, nel secondo viene riproposto ma stavolta, durante uno degli schermi neri si viene colti di sorpresa con un improvviso rumore di spari. Solo dopo verrà mostrata la scena. Il registra gioca con il linguaggio in suo posssesso, cercando di non far mai accomodare completamente il suo spettatore.


"Questo potrebbe essere il mio capolavoro"


L'elemento portante della storia è l'oltraggio, inteso come tradimento. Kitano rende perfettamente l'eticità distorta del mondo della yakuza e dei suoi membri. L'importanza attribuita alla ritualità nella cultura giapponese, porta all'impossibilità di agire liberamente anche nell'illegalità. Più di un semplice codice di onore, la mafia è incatenata ad un vero e proprio habitat famigliare, una società al di fuori della società. La legge oltre la legge, però, dimostra tutta la sua inconcretezza: chi si reputa al di fuori della moralità non può vivere in un ordine costituito. L'oltraggio risulta quindi una dinamica necessaria che avvelena tutti i piani della yakuza. La guerra è intestina: il senso di appartenenza viene messo in secondo piano dall'egocentrismo. È significativo che nel primo film muoiano tutti i protagonisti, il loro destino è l'oblio. La costruzione piramidale rimane in piedi, ma i mattoni che la costituiscono sono senza volto e tutti uguali, intercambiabili tra di loro. Da qui la circolarità delle situazioni e l'impossibilità di uscirne.




Outrage Beyond presenta la stessa impostazione narrativa, ma stavolta è in grado (con grande sorpresa di chi guarda) di spezzare il ciclo di morte. Questo perché il film riesce finalmente a trovare un protagonista: la pellicola ha un nome in cui identificarsi, Otomo. Personaggio interpretato dallo stesso Kitano, viene letteralmente ripescato dai morti (il primo outrage si concludeva con il suo assassinio) con una banale scusa. È significativo che questa sia la sua “seconda” vita: ormai è fuori dalle dinamiche di distruzione interno alla yakuza, ed è restio nel rientrarci. Il suo desiderio non appartiene più all'interesse mafioso, ma risiede nella più intima sincerità: invecchiare, vivere. Proprio per questo è costretto, per affermarsi positivamente, a diventare la morte stessa. Otomo, nella sua grandiosità, è un fantasma, etereo ed inafferrabile. 


Revenant


Lo spettro, per essere finalmente libero, capisce che deve tagliare tutti i suoi contatti con la vita: da quel mondo non si può fuggire, può essere solo cancellato. La sua potenza distruttiva culmina nell'ultima scena. Otomo ormai è una semplice ombra, non è più un essere umano, non può essere più controllato. L'avidità del detective Kataoka lo spinge troppo oltre e gli si ritorce contro. Tutti i motori scatenanti sono eliminati, la morte non si può comandare. Il film finisce così, in modo brusco ma sorprendente. Di colpo ci si rende conto che non si è interessati a sapere come continuerà il mondo della yakuza, in quanto il processo è senza fine. Quello che conta è aver posto fine all'oltraggio che aveva scatenato tutto. Il regista, dimostrando una grandissima consapevolezza, si ferma, non aggiunge altro, lasciando in questo taglio netto un finale perfetto per la sua opera.




La maggior concretezza di Beyond rispetto al suo prequel si riscontra in altri due fattori. Innanzitutto oltre ad Otomo, anche gli altri personaggi riescono, seppur in modo minore, ad uscire dal ruolo di macchiette e a concretizzarsi. L'unicità del conflitto lascia il posto ai tanti volti che ne sono partecipi. Alcune delle scene più riuscite sono quindi gli incalzanti dialoghi tra i vari membri della yakuza, dei veri e propri faccia a faccia violentissimi nella loro concitazione. Onore e desiderio di dominio si scontrato in questi scambi, creando così nuovi spazi, assenti in Outrage.




Menzione d'onore va alla messa in scena della violenza in sé. Ciò che nel primo film molto spesso veniva solo alluso, Kitano stavolta decide di mostrarlo completamente. Sempre però con un grandissimo controllo e consapevolezza del mezzo. Oltre alla già citata scena finale, disarmante nella sua crudezza, l'esecuzione di Ishihara, personaggio che riesce a farsi odiare in tutti e due i film, in un misto di pulp e grottesco, impressiona e diverte allo stesso tempo.



mercoledì 22 maggio 2013

Sveltina [1]: Gangs of New York



Visto che scrivere queste pseudo-recensioni mi occupa veramente troppo tempo, ho deciso di inaugurare questa nuova rubrica per velocizzare un pò le tempistiche. Non si può sviscerare tutto, ma non per questo bisogna condannare al silenzio ciò che non è degno di un'analisi approfondita. Poi, chissà, in futuro...



Gangs of New York
Titolo italiano Regia Anno Genere Con
Gangs of New York
2002 Drammatico Leonardo DiCaprio,
Daniel Day-Lewis
L'America nasce nelle strade. Nella prima metà del 1800 New York è una città lasciata a sé stessa: nessuna legge, solo violenza e corruzione. È qui che il giovane Amsterdam Vallon torna per vendicare la morte del padre per mano del “macellaio”...


Gangs of New York, funziona a metà. È un film fortemente travagliato nella sua impostazione: il banale tema della vendetta cerca una rivendicazione identitaria venendo immerso in un contesto storico poco sfruttato negli anni recenti, quindi relativamente “nuovo”. Si parla dunque della New York durante il periodo della guerra di secessione, una città violenta in una nazione senza identità. Punto di vista interessante è quello di andare oltre la ricostruzione storica a posteriori e di ricreare il contesto nella sua formazione, e non partire dai suoi effetti. La grande liberazione di Lincoln viene vissuta al “contrario” dagli americani, gli stessi abitanti dei progrediti stati del nord sono razzisti e diffidenti verso i “negri”. Gli appartenenti al partito democratico non rappresentano il bene in senso puro, ma sono solo quelli che meglio sanno sfruttare la macchina politica e le sue falle. La portata rivoluzionaria della figura di Lincoln viene pesantemente ridimensionata e de-mitizzata. “L'America è nata nelle strade”, così anche la democrazia. 




Senza entrare nel merito della validità storica della pellicola, il problema è palese nella forma e non nei contenuti: la funzionalità del contesto si perde nella seconda parte del film dove la Storia, da semplice spazio di azione, diviene protagonista. Il film risulta allungato all'inverosimile, dispersivo, a tratti immobile. Si perde la volontà di attesa della risoluzione del conflitto tra i due protagonisti, e quando questo accade, lo scontro, inserito in un caos generale ben più ampio, ha perso la sua centralità.


La ricostruzione è, esteticamente, impressionante. In particolare, la fotografia e la regia di Martin Scorsese regalano delle battaglie molto coinvolgenti.


Ottima l'interpretazione di Daniel Day-Lewis. Il suo personaggio è l'asse portante di tutto il film, la finzione storica acquista credibilità già dalla sua semplice presenza. Ogni singolo aspetto è curato alla perfezione: il macellaio vive, suda, uccide. Postura, gestualità, niente fa pensare ad un attore. Questa forse è la vera arma a doppio taglio: tutto il resto del cast sfigura. Leonardo DiCaprio, interprete che nei suoi film più recenti si è dimostrato ben più che un semplice idolo delle teenager, stona pesantemente di fronte al suo avversario: è troppo pulito, troppo impostato, plasticoso all'inverosimile. La scena delle cicatrici sfiora il ridicolo: fisico scultoreo con qualche graffietto sul petto completamente depilato. Dall'altra un uomo con i capelli unti, un occhio di vetro e chissà quante pallottole in corpo. Difficile esprimersi su Cameron Diaz, belissima, ma ancor più di DiCaprio, viene offuscata dalla performance di Day-Lewis.


L'interpretazione di Daniel Day-Lewis vale da sola la visione del film.


Il finale, discorso valido anche per Collateral, nella sua voglia di giustificare il film, inconsciamente, non fa che condannarlo. Come i protagonisti della pellicola svaniscono vittime della Storia e del progresso che stratifica le città sulle tombe degli antenati (che il regista abbia capito che la sovrabbondanza storica è proprio il problema della pellicola?) così Gangs of New York finirà nel dimenticatoio della filmografia di Scorsese.


New York continua, il film cade nell'oblio.


Nota a margine: ho trovato fuori l'uogo l'antenata di Catwoman, ma una rapida ricerca su internet ha confermato i miei sospetti: Hell-Cat Maggie è un personaggio realmente esistito, con tanto di artigli come arma. Incredibile ma vero. Resta il fatto che non mi piace come il personaggio venga gestito da Scorsese, soprattuto nei combattimenti.



"Miao"