martedì 3 settembre 2019

Quel che voglio.

Stanotte/mattina mentre mi aggiravo per una Milano deserta, schivando il piscio dei barboni, ho avuto uno di quei rari momenti di epifania che decompongono la realtà che ti sei costruito.

Sono le 5.30, fa meno freddo di quello che pensavo, come al solito sono tremendamente in anticipo per dare spazio alle mie ansie e quel treno di sicuro non sfuggirà: però che fai, non ti presenti mezz'ora prima solo per fissare il vuoto e aspettare che il tempo passi?

Sono da solo. Cammino, esploro, girovago, sempre da solo. Le mie traiettorie sono sicure, calcolate e finiscono sempre dove iniziano. 1 anno fa partivo verso il nulla, in cerca di solitudine e ho scoperto che me la portavo dentro da parecchio tempo. Il grigiore di Milano mi ha aiutato a realizzare che alla fine è tutto qui. Non c'è nessuno al mio fianco, sono un pezzo di sughero che galleggia in uno stagno e trascinato dalle correnti finisce sempre per ritornare sul punto di partenza.

Ci sono momenti in cui vorrei piangere. Fermarmi un attimo e chiedere scusa. Scusa! Ma poi, di cosa? Ma soprattutto, a chi?
Alla soglia dei 30anni quanto vorrei che ci fosse altro nella vita, che la mia traiettoria fosse diversa, che tutto quanto si potesse risolvere in un"vedrai devi solo crescere, conoscere, cambiare... tempo al tempo". So che tutto questo non succederà mai.


A volte sono stanco, distrutto, devastato. A volte... a volte.

" Il primo adesso: il momento in cui sto scrivendo il testo sul mio blocco da disegno, seduto in sala passeggeri a Roma Termini, aspetto un cambio di sei ore. Sono le 12 e 47 del primo maggio 2010. Sono da solo, vorrei non esserlo, e per questo lo sto scrivendo, [...]"

Continuo a cercare una via di fuga, a vivere metafore, creare una nuova realtà. Assorbo qualsiasi cosa nella speranza che arricchisca le mie voragini: le mie liste infinite sono tentativi di sopprimere il caos di emozioni mai comprese.
Retorica o meno, sento il peso degli anni. Per quello che si è accumulato prima, ma anche per quello che viene dopo: la vecchiaia. Il dopo, mi spaventa.

"Staring down the hole again
Hands are on my back again
Surviving is my only friend
Terrified of what may come"
Quando non mi rimarrà neanche la memoria? Quando non ci saranno più punti di riferimento? Continuerò a vagare? Cosa posso pretendere, qual è il mio destino?
Vorrei solo...
"Queste campane della catastrofe
L’incubo più incubato di questa vita
insopportabilmente corta, insopportabilmente lunga
che è poi lo stesso che è poi lo stesso
"
Non ho lasciato spazio per nulla che si estenda oltre al mio Io, ma al tempo stesso non sono stato ingrado di creare niente. Milano è grigia, Milano è nostalgia, Milano è necessaria. E io? Torno indietro, intanto vago...

lunedì 8 ottobre 2018

Die Welt is fort, ich muß dich tragen

Per la prima volta ho visto la solitudine. Neanche la Francia era riuscita a farmi sentire così tanto solo. Te ne sei andata senza dire nulla e volevo solo dirti addio, ma forse è troppo tardi per un ultimo saluto. Te lo vorrei dire adesso, proprio perché è impossibile. Sono uno sciocco che si sveglia sempre un attimo in ritardo e che vorrebbe mettere delle pezze su dei buchi che sono voragini. Hai spalancato la porta verso il punto di non ritorno, quello più triste di tutti. La consapevolezza che non tutte le interruzioni sono recuperabili, e che inevitabilmente arriva l'Interruzione finale, quella che non aspetta nessuno.Vorrei che certe cose non finissero mai. Vorrei che la sicurezza dei miei ricordi si traducesse in un presente invariabile. Vorrei che tutte le persone che ho perso lasciassero sempre uno spiraglio per un ritorno.
Vorrei non abbandonare nessuno.
È questo essere bambini? "Altri 5 minuti, ti prego"

The years, they passed
And so, did we


Se c'è una cosa che ora sono costretto a guardare è l'insensatezza della nostra vita. Quanto siamo piccoli e minuscoli. Cerchiamo di fissare l'universo secondo i nostri punti di riferimento ma è tutto inutile. Non siamo il centro di nulla, siamo solo di passaggio ed è probabile che nessuno se ne sia accorto. Non c'è una giustizia, non c'è un disegno non c'è nulla solo un grande buio verso cui ci affacciamo.
Malgrado tutto la vita va avanti. Sarà tutto più triste, e chissà il tempo forse mi farà dimenticare tutto questo. Certe cose non le vorrei mai perdere, ma come fare se un giorno io stesso sarò nulla?
C'è un momento in cui accadono le cose e non si torna più indietro. La cosa bella è che quel momento diventa il netto spartiacque dei nostri giorni, ma è irraggiungibile e come ogni avvenimento è perso per sempre nel passato. Ci siamo noi con i nostri ricordi, un piccolo appiglio scivoloso.

But I look at you
As our second drinks arrive
The piano player's playing "This Must Be the Place"
And it's a miracle to be alive
One more time
There's nothing to fear

Mi pentirò per sempre di tutte le cose che non ho fatto, del tempo che mi sono lasciato scorrere addosso, delle giornate buttate mentre mi trascinavo fino a sera, i giorni bui, la tristezza, il voler allontanare tutti quanti.

Lo so mi sbaglio se mi incaglio nelle rocce ormai sommerse, nell'assenza di radici o in tutte le altre cose perse, nell'esilio dagli amici, nei miei vortici a spirale che trascinano anche me nel gorgo della solitudine stellare...

Credevo di essere fermo e risoluto, trovavo nella mia determinazione la risposta a tutto il caos che ci circonda. “Non ci riesco? Bene farò così finché non sorprenderò tutti” “C'è un muro? Bene ci girerò intorno, e se è una muraglia la scalerò, e se è alto più di un grattacielo lo prenderò a pugni finché le mie mani spezzate non apriranno un varco tra i mattoni perché devo farcela, perché è il mio obiettivo”.
È così che ho corso le maratone. È così che ho modificato il mo fisico. È così che sono andato avanti senza mai voltarmi indietro.
Ma ora sono costretto a fermarmi e inizia a fare freddo.

You left my heart in some cold dark place
Where your love grows on a vine and I see it all the time
I didn't mean a word that I said
When I was lying to your face about being alone

 

Odierò per sempre la vita, così come quando morì Guinness. Il sentimento non cambia, va solo rinfrescato. Odierò un po' di meno me stesso e tutte le occasioni perse, per la sufficienza con cui tratto le persone, per la presunzione che mi fa riportare tutto quanto a me. Invece di dire semplicemente addio, devo concentrarmi sui miei desideri, sulle mie sensazioni, sulle mie continue delusioni.

Con te finisce definitivamente un'era. A cui sono particolarmente legato, che mi ha visto crescere e che mi ha reso adulto. La verità? Era tutto finito già da un bel pezzo, ma ora ci hai messo definitivamente un punto sopra.
Proprio te che non mi hai mai dato la sensazione di essere vicino alla fine, anzi mi avevi viziato nel vederti così male e pensavo fosse ormai una condizione stabile, quasi una cosa normale. Non ti sei mai arresa e tanto per cambiare, non mi ci hai fatto capire proprio un cazzo: forse una persona meno presa da se stessa sarebbe riuscita a vedere quello che il fisico palesava in modo così netto. E sì sono incazzato perché mi hai protetto ancora una volta, mi sei venuta accanto e mi hai fissato emettendo la tonica che non riuscivo mai a prendere perché ero una frana. Ma te, eri la migliore delle maestre possibili. E ti ho visto sempre come 100 anni più avanti di me, più brava, più grande, più donna: saresti stata una grandissima mamma lo so, perché di figli ne hai lasciati parecchi.


Sarei voluto esserci per un ultimo saluto. Lo sai sono una frana, ma mi vuoi bene per questo.
Grazie per aver creduto in me, grazie per avermi fatto sentire meno solo in questo percorso difficilissimo.

Mi mancherai,
ciao.


mercoledì 25 gennaio 2017

Del tempo che passa, della musica che resta.


Sta per accadere di nuovo. Ormai tutti i punti sono uniti è facile vedere il disegno. La Malora è pronta a spazzare via tutto quanto. Questa volta è un alieno caduto dal cielo che si è schiantato in uno studio di registrazione con l'intenzione di ingannarci... Nuovamente. E questo strano essere non crea nessun nuovo spazio, allarga semplicemente il campo dentro quale ci ha fatto giocare. Siamo entrati nell'intimità di Father John Misty, o quella che credevamo tale. Non è un segreto: l'album definitivo sull'amore è un grandissimo scherzo, una presa in giro fatta su misura. Non esistono sentimenti universali, veramente crediamo di poter condividere qualcosa di più essenziale di un mare di nozioni?



Tutto il castello di illusioni crollava davanti a una risata preregistrata all'apice dell'emotività. È tutto così finto, una barzelletta – Pure Comedy. E alla fine non serviva neanche più il contenuto per sentirsi parte di qualcosa, sentirsi amati e desiderati allo stesso tempo, e pensare che quelle note fossero suonate per noi. No, potevamo farci dire così spudoratamente “Insert here a sentiment re: our golden years” e prendere tutto per buono, per capire cosa significasse avere qualcuno accanto. Nella falsa intimità di Josh Tillman ci siamo persi, immersi e abbiamo nuotato fino allo sfinimento. Interrotta la magia (quanto può durare? Un disco intero ripetuto all'infinito o forse poco più di un attimo), non c'era più una riva su cui approdare. Ci siamo consumati in una musica che prometteva l'eternità, ma non ha fatto altro che far passare il tempo.



Il nuovo film di FJM è abissale, è la dose che ogni tossicodipendente brama con tutto se stesso, pronto a ricadere nella dipendenza. Falsa intimità, è tutto così perfetto da trascinarci lì dentro senza il minimo sforzo. Siamo con te, dentro di te, in questa forzata naturalezza dove parli di vita, musica, disegni, crei, dirigi, scherzi. Pure comedy sarà un album epocale sull'insensatezza dell'esistenza, sul guardare altrove. Sulla vita che ci sfugge e sul nostro istinto di sopravvivenza. Credo che in definitiva sia questa la strada di Josh Tillman. È già morto, ha trascinato con sé l'effimero di una città/nazione nell'impatto devastante del Big One (Malora/Aenima/Comedy), ha vissuto solo per dirci che nonostante tutto lui rimarrà. Ci ha portato per mano per un periodo indefinibile della nostra esistenza, sotto di lui ci siamo conosciuti e allontanati, ha accompagnato questo insensato turbinio di sentimenti e nevrosi nascondendoci il fatto che già sapeva come sarebbe andata a finire.



È stato spaventoso, a tratti divertente, a saperlo prima forse ci saremmo comportati in modo diverso.



Il film è da vedere per sentirsi di nuovo a casa, per guardare al passato quanto basta per frasi sfuggire il presente. Pure Comedy è già uscito, io l'ho consumato e non credo di essere soddisfatto. Perché l'ho amato alla follia e nel momento di maggior bisogno non è più stato in grado di fornirmi l'euforia che prometteva. Rimane una città in fiamme, una musica sbilenca manipolata senza il minimo tatto, il ricordo di qualcosa che non c'è più e la vita tuttavia... va avanti.



Ora che sappiamo tutto, politica, religione, affanni umani, vogliamo di più. In realtà qualcosa di meno, una conoscenza mutilata in modo da poter ripercorrere gli stessi errori, le stesse scoperte, rivedere le stesse persone anche se consapevolmente condannati al disfacimento di tutto quanto.

Alla fine si perde, non rimane nulla ma daremmo via tutto solo per un altro giro. Un altro disco. Un'altra vita.

sabato 12 novembre 2016

Di come vincerò anche questa sfida.

Ho bisogno di attingere di nuovo a quel motore, a quella spinta distruttiva che annienta ogni sforzo di ricomposizione. L'odio, fuoco che brucia, potenza senza controllo. Per sopravvivere a quest'ultima sfida dovrò riaprire la crepa nella mia coscienza, il foro nelle cose, il punto di non ritorno che crea una discrepanza senza fine. Le cose esistono ben prima della loro scoperta, bisogna solo trovare la giusta rappresentazione per metterle in atto. So cosa significhi Zur en Ahhr, e ora capisco perché ci sarà sempre un Babadook da nutrire in silenzio, nel cuore della nostra casa. Il problema è che volontariamente scelgo di ridare spazio a questa voragine, di annullarmi nei pensieri che ho imparato a schivare e seppellire. Ancora una volta prenderò tutto il negativo, ne verrò divorato e sputerò fuori una forza disumana e disintegrante. Questo perché devo oltrepassare il mio limite di sopportazione, mai come prima, ora che so che il mio fisico è indietro di parecchio e la mia testa non è più disposta a combattere. Saranno dei giorni impossibili che culmineranno in un dolore lancinante. Tutto per ripartire da capo.
E riuscirò a tornare indietro? Ho visto fiumi di energia disperdersi nel nulla, in una corsa senza meta, perché l'odio è l'illusione della creatività, non si può immagazzinare nulla e va tutto sacrificato a questo grandissimo incendio che pretende sempre più combustibile.
Ma proprio per questo, mi sono ripromesso di non aver più paura, che niente mi avrebbe più fermato perché so che la mia volontà è senza limiti. So cosa significhi toccare il fondo, e so cosa sia il fallimento. Bisogna perdersi per poter ritrovare la via d'uscita. È un processo senza fine, quante volte ancora dovrò piegarmi in due, sentirmi spezzato, pregare per la fine, eppure scelgo di accettare tutto questo. Richiamo i tuoi fantasmi che mi uccidono in ogni momento di distrazione, vivo con la tua ombra che mi soffoca ogni volta che trovo un nuovo spazio. Decido di combattere contro questi mulini a vento per richiamare una produttività infinita.
Ho trovato un nuovo modo di urlare “REMARE, FALLIRE, REMARE”, e me l'ha detto un cigno morente mascherato da donna insanguinata. 

DEEP ROOTS ARE NOT REACHED BY FROST

Ormai sei il freddo della mia vita, la morte del sentimento. Un vento gelido che devasta i campi, uccide i fiori ed annulla qualsiasi tentativo di rinascita. Ma le stagioni passano e ci sono radici che non hai mai visto, solo intuito. E per questo hai paura, perché non potrai mai uscire vincitore con chi ha imparato a perdere tutto e a vivere nella consapevolezza dei propri limiti solo per poterli trascendere.
Siamo rari, ma sappiamo riconoscerci anche da distanze siderali. Gente così, per quanto legata, confusa, impacciata, prima o poi capirà il suo potenziale. O meglio, troverà la strada di esprimerlo: quel dolore immondo, il fuoco dietro ai nostri occhi, la voglia di distruggere tutto. E allora giungerà il momento di lasciare tutti indietro.

Stanotte ho sognato un paese straniero. Una donna stava per fare sesso in pubblico e, poco prima dell'atto, le forze dell'ordine le davano fuoco. Un urlo così non lo avevo mai sentito. Una volta spento il suo corpo ci sono almeno tre fazioni di ragazzi disposti in linea, pronti a mettere sottosopra la città. Lo scontro è imminente, mi accodo: non potrò ritardare l'esplosione di violenza. Non sono pronto, ma in fondo quando lo sono mai stato?

Siamo giunti nuovamente all'impatto imminente della Malora, e ora so che il mondo finisce in ogni istante. La fine non è affatto un evento irripetibile e determinato, ma una costante della nostra realtà, teleologicamente proiettata verso un punto non troppo distante: il continuo fallimento.

Non vorrei, ma posso richiamarti solo nel disgusto, nella rabbia, nella delusione. Questo è quello che rimane, il resto è un ricordo sbiadito.

 

lunedì 5 settembre 2016

Sogni [2.5] - L’ennesima immagine di un addio imperfetto.

Questa volta è un saluto, l’ultimo brindisi. Sì, è tutto finito. Non c’è più nulla da fare se non aspettare la fine (del mondo, come lo conosciamo). Usciamo fuori in cerca di qualcosa per onorare quest’ultima promessa, ma la notte è uno spettacolo desolato. Potremmo vagare all’infinito per fingere di poter continuare e rimandare così quell’attimo (il finale) sempre un po’ più in la. Le strade sporche, sfatte, sono popolate solo da spazzini e operai che smontano impalcature: non troveremo mai quello che stiamo cercando. Qualcosa di importante deve essere finito, penso ad un avvenimento unico. Eppure il dubbio che mi pervade è che questo spettacolo sia ordinaria amministrazione, non sono mai uscito a quest’ora e non riconosco le strade: per un attimo perdo la percezione di casa, eppure non mi sono mosso di tanto. Capisco che non sta accadendo nulla: pulizia e rigenerazione avvengono ciclicamente, non c’è niente di straordinario in tutto questo. Nostalgia e impotenza si sovrappongono con crudeltà, realizzo la banalità del mio sentimento.

Guardo il mondo svuotarsi, aspetto il giorno.

domenica 3 luglio 2016

Ho sognato la notte

Ho sognato la notte,

densa, imperscrutabile.
Non è il regno delle ombre,
è la terra dell'assenza.
Qui non accade niente,
e se anche fosse,
non ci sarebbe nessuno
per raccontarlo.

Tutto è amplificato
per non risuonare,
ci si perde subito
nell'immaginarsi
in un mare senza
forma.

Rimpiangerai la luce,
nel tentativo di dare
continuità
al tuo pensiero
più oscuro.


E se un giorno ci incontrassimo?


Non è un fattore di tempo
gli eventi possono condurre
ovunque, ma non qui.

È un luogo che portiamo dentro,
inevitabile quanto
incomprensibile.
E se siamo destinati alla
desolazione più totale,
dovremmo nascere pronti
per affrontare tutto questo.

Non aspettarti consigli,
ma solo qualche
lacrima,
un racconto confuso.
È tutto quello che
posso darti.

Nel risveglio,
qualcosa rimane.

lunedì 18 aprile 2016

Il canto di Swann: dalla parte del fallimento.


La ricerca è intrisa nel fallimento. L'ho sempre vista come la condensazione in parole di un mondo morente, una cultura destinata al disfacimento. L'ultimo secolo del millennio getta l'umanità in un'agonia ormai palese, i sintomi sono riconoscibili e studiabili, manifestando una consapevolezza necessaria per affrontare il primo passo verso il declino. E Marcel Proust è il titano del suo tempo, un tempo ormai perduto. C'è qualcosa di più ansiogeno di leggere oggi l'abisso esistenziale che permeava la società parigina in tutte le sue violenze, in tutte le sue gerarchie, nel predominio di un pensiero borghese ormai auto-divoratosi allo sfinimento? Proust è l'araldo di un pensiero accademico ed enciclopedico che si fonde paradossalmente con la possibilità dell'irrazionale. Qualcosa di ancora non concreto ma che si affaccia nella coscienza di chi abita un presente così turbolento: ed ecco la non linearità del tempo, l'irripetibilità dell'esperienza, il valore della memoria, la coscienza (non determinata) di un qualcosa interno alla nostra persona che sfugge al nostro controllo. La forma più classica della narrazione, il romanzo, che accoglie l'imprevedibilità della psiche umana, generando un infante deforme: una massa spropositata in un corpo che non accetta le regole della tradizione che vorrebbe seguire. Un tentativo sconclusionato, fallimentare, ma proprio per questo, unico e irripetibile.

Ma la Recherche è anche e soprattutto il fallimento di un uomo incapace di accettare le sue pulsioni. Proust sacrifica la sua persona all'opera, crea un mondo (anzi, un'infinità di mondi) al di fuori del reale per poter vivere ciò che non avrà mai il coraggio di affrontare. Marcel Proust muore dopo 13 anni di scrittura incessante. Da solo, in una stanza ricoperta di sughero per non permettere al più piccolo dei rumori di disturbarlo, completamente isolato dal resto della società. Lasciando così un'opera incompiuta, segna il suo ultimo fallimento: l'aver permesso alla vita di avere la meglio sull'arte.

Entro in gioco io: il mio di fallimento, è quello di non essere riuscito a finire di leggere la Recherche. Sono arrivato abbastanza avanti, verso la fine di Sodoma e Gomorra, ma poi niente, il mio interesse si è spento e non credo che mai finirò di leggere l'opera di Proust. Perché? Non sono un grande lettore e per me leggere è sempre una sfida immensa. Orgoglioso come sono, sento la necessità di pormi dei grandi obiettivi, delle vere e proprie battaglie contro me stesso. Ha funzionato con V. di Pynchon, con la Recherche ho fallito miseramente. Mi dispiace di aver letto distrattamente delle pagine, di aver perso più volte il filo del discorso, di essermi dimenticato dei personaggi per strada. Ma che ci posso fare? Non ce l'ho fatta.

C'è un elemento però che con il tempo, sono riuscito ad imparare su di me. Riesco a ricavare sempre qualcosa da ogni esperienza, anche se in modo imprevedibile e non sistematico. Solitamente sono delle piccole folgorazioni, le covo dentro di me senza neanche accorgermene e un giorno semplicemente... esplodono. Ho sempre avuto paura di non essere in grado di apprezzare le cose, di non avere la sensibilità necessaria per emozionarmi di fronte al bello (ma costa così tanto dire a un ragazzino che non è un problema adorare lo scarto?) e per questo ho spesso cercato di impormi la fruizione, di forzare la metabolizzazione. Per fortuna le cose non funzionano così.

L'assimilazione non è un processo controllabile, al massimo la si può stimolare. C'è un passaggio de Verità e Metodo di Gadamer, che nel suo ossessionarmi non fa altro che confermare la mia natura. Gadamer condanna la cultura museale, quel tipo di sapere estetico legato all'esperienza soggettiva che rimanda necessariamente qualsiasi esperienza artistica al proprio vissuto e all'assimilazione di esso. Spesso mi sento un museo: una bella vetrina di artefatti (esperienze) completamente sradicati dal loro significato che trovano la loro unica ragione di vicinanza nell'essere stati tematicamente accostati dal mio incontro con essi. Mancherò di rispetto verso l'arte, nel mio egoismo, nell'atto vampirico di riconfigurare me e il mondo partendo dall'esperienza di altri? Il problema non è la fruizione, ma limitare tutto quanto al proprio orizzonte rendendo così questo ipotetico dialogo accessibile solo dal mio punto di vista, dal mio esperire. Sarò autistico? Non lo so, sono qui a raccontarvelo , magari una fusione (di orizzonti) non è così utopica...
In ogni caso, Gadamer ha creato una paradossale crepa nelle mie intenzioni è un po' sorrido a pensare che senza Hans, il mio museo non avrebbe mai aperto al pubblico.

Quindi della Recherche mi rimangono impressi momenti ben determinati, completamente scollati tra di loro. Sarebbe troppo semplice citare l'episodio della Madeleine... Della mia battaglia contro Proust, oggi, non posso non pensare all'incredibile parabola amorosa di Charles Swann e del suo oggetto del desiderio, Odette. Incredibile perché non penso che nessun altro autore si sia spinto così tanto nel dettaglio descrivendo le dinamiche perverse e masochiste del desiderio, soprattutto in un periodo dove la loro esistenza poteva essere soltanto intuita e non imbrigliata. Così come Kant, mai uscito da Konigsberg, parlava della meraviglia del pellegrino di fronte alle porte di Roma, così Marcel Proust, assassino del suo desiderio, racchiude una vita di delusioni, di amore e gelosia in un detour quasi accidentale del suo monumentale atlante. C'è un soggetto altro a parlare per Marcel, non potrebbe essere altrimenti, c'è bisogno del distacco per poter penetrare così a fondo.

Il punto è, che io a fondo non posso andare. Non sono qui per fare riassunti, non ne sarei in grado, in primo luogo per la distanza temporale che mi separa dalla lettura di queste pagine: sono ormai un ricordo confuso, rimuginato quanto rimasticato, e sono ormai indissolubilmente legate al mio io. Ma penso alla fine, a quel sogno distorto che segna il termine della disillusione amorosa diventata ormai un calvario. È la dimensione onirica a rimettere a posto le cose: tutta la sofferenza, la gelosia, l'incomprensibile smania di controllo che si impadronisce della nostra ragione proprio quando ci rendiamo conto di non possedere (o non aver mai posseduto?) più nulla, tutto questo svanisce in un brutto sogno. Tutto questo casino, per una donna che non ci era mai interessata.

Aspetto questo sogno, lo scarto definitivo. Il distacco ultimo, dettato dal tempo e da tutto quello che, insieme ad esso, perdiamo inevitabilmente. Il ricordo è un'illusione sbiadita di un passato che continuiamo a modificare, perché è già troppo lontano, perché non è più vita, ma solo memoria.

Continui ad apparirmi in sogno. Quest'ultima volta il nostro addio aveva il carattere di un segreto, custodito con gelosia, ma che per un attimo mi illudeva dovesse ancora giungere. La tristezza di dover ammettere, nel privato, che il mondo era crollato, che avevamo già aperto le porte alla fine e che nonostante le mie richieste, tornare indietro era impossibile, amplificava tremendamente il dolore. Un addio inflitto una seconda volta. Questo è l'ultimo, il ricordo più vivido. Una sofferenza gratuita quanto inutile, a cui continuo ad ancorarmi, per non perderti completamente.

Ma il tempo appiattisce tutto.
Prima o poi verrà quel sogno, e sarò costretto a svegliarmi.

domenica 6 marzo 2016

Sulla Fine del Mondo [1] - Pozze e Supercomputer

Non esistono strade e percorsi da intraprendere, siamo alla deriva. In un mare senza orizzonte, galleggiamo goffamente affidandoci a un'idea, la rotta, che nel suo essere altro (parola, come tutto) non può che rendere palese una crepa, una frattura, qualcosa di irreparabile: la nostra direzione è imperfezione.

In una pozza che nasconde i suoi confini, barche di sughero, forse semplici tappi, si muovono trascinate dalle correnti. Se si ha la pazienza, si potrebbe assistere allo scontro dettato dal caso, due corpi che si toccano. Pensando al tempo, nell'astrazione più totale, tutto questo durerebbe non più di un istante, misura certa ma non quantificabile. Tempo e spazio, ospitali quanto spietati, richiedono un sacrificio: la legge, quella fisica, impone l'allontanamento. 

È questo il nostro destino? L'applicazione di un modello matematico così complesso e inafferrabile da poter contenere dentro di sé già tutte le variabili, tutte le possibilità di ogni parametro al fine di  liberare l'esistenza dal fardello della sua potenzialità e mostrarci in un log-file tutto quello che è stato, tutto quello che è e tutto quello che sarà. 

Da qualche parte deve esserci un supercomputer pronto all'uso, che non aspetta altro che venga dato il via, tramite la pressione di un semplice tasto (compiendo finalmente il destino della tecnica), alla simulazione definitiva dell'esistenza. Mi piace immaginarlo come un apparecchio mastodontico, schermo a tubo catodico in 4/3, tonnellate e tonnellate di circuiti stampati, cavi, connessioni. Ma soprattutto, un'interfaccia DOS. 

Il programma, perché definirlo applicazione sarebbe un insulto alla sua atemporalità, parte e compila in un secondo che ha il sapore di diverse eternità, un file di testo che contiene tutte le risposte. Miliardi e miliardi di yottabyte forniscono una spiegazione esauriente, annullano il concetto di tempo e pongono fine alla storia. Per quanto gigantesco, il file è pronto e concreto. La prima tentazione è quello di metterlo su carta solo per quantificare in cartucce da stampante quanto ci sia costato l'Essere. Lo spreco si giustifica nell'attimo in cui, arrotolando su se stesso questo foglio dalle infinite dimensioni, facendo toccare i suoi inafferrabili estremi, ci si rende conto che l'inizio e la fine sono inscindibili tra di loro in  un quasi banale rapporto di causa-effetto che imprime una circolarità senza fine tanto al log, quanto all'esistente. La banalità è evitata perché non c'è un prima e dopo, cause condizioni ed effetti si sovrappongono, rendendo il tutto logicamente percorribile in qualsiasi direzione spazio-temporale.

La rappresentazione definitiva non ha errori, nessun tempo morto, il numero delle interpretazioni possibili è dettato dagli spettatori che la contemplano e, per la prima volta nella storia, sono tutte in fondamentale accordo tra di loro. L'ultimo atto dell'arte, è un foglio pieno di scritte che non indispone nessuno. La più grande e sensazionale scoperta è che l'Infinito non esiste. Tutte le combinazioni possibili di realtà e immaginazione sono elencate minuziosamente in una lista che a tratti annoia, a volte sorprende e spesso commuove. L'infinitamente grande (e il suo inverso) è solo un concetto pensato per rimediare a dei mal di testa lancinanti, una sconfitta di una prospettiva troppo limitante per poter ammettere che l'astrazione non sia un passo necessario e universale della vera comprensione.

Esiste l'eterno, quello sì. Perché nulla si crea e nulla si distrugge. O meglio quello che è, in realtà è già perito, e ciò che non è più non ha mai smesso di essere. E, attenzione, parliamo del mondo fisico, della materia, della nostra carne e del nostro sangue. Arriva un momento in cui le possibilità si esauriscono. C'è un numero limitato di eventi e di combinazioni possibili tra di essi. Un numero spropositato, imbarazzante, ma pur sempre un numero. Potremmo iniziare a contarlo tutti insieme, solo per renderci conto che l'ultima cifra è uguale alla prima, ringraziamo allora di non poter vivere abbastanza per arrivare fino in fondo.

Il tempo non esiste, non come abbiamo imparato a conoscerlo. È un blocco unico, non tripartibile in macrocategorie nè quantificabile. Non è rappresentabile graficamente, non ci sono linee rette nè cerchi che rendano giustizia alla sua totale assenza di complessità. Il tempo è un punto, minuscolo quanto sconfinato, che contiene dentro di sé tutte le declinazioni dell'essere che collassano in una non-direzione irraggiungibile e sempre presente. Il tempo è un attimo, uno schiocco di dita che non accetta catene e compromessi.

Noi siamo, pronti ad essere nuovamente in eterno, ma mai veramente preparati. Siamo lì, nel lago/pozza, in balia del tempo pronti a scontrarci per un attimo che durerà per sempre.

Ed è per questo che ti dico:

Ci incontreremo all'infinito, solo per poterci perdere ancora una volta.

domenica 3 gennaio 2016

Sogni [1] - Cani

Devo aver appena corso. Il solito allenamento, solo che questa volta sono stato disturbato parecchie volte da cani lasciati sciolti dai padroni. Odio quei cani, odio la mancanza di rispetto nel pensare che avere tutto sotto controllo sia una condizione sufficiente per il quieto vivere, odio il dovermi sentire stupido nel cambiare marciapiede anche di fronte al più innocuo dei cani, "tanto lui è buonissimo". 

Accade che dentro casa mi ritrovo di fronte un estraneo. Un uomo sulla cinquantina, abbigliamento trasandato ma non sportivo, probabilmente uscito per una passeggiata. Con lui tre cani, pastori tedeschi, sciolti. Questo è veramente troppo, mi sento violato, le regole vanno rispettate sempre ma dentro casa mia poi, come è possibile una tale strafottenza?

Niente, dialogare è inutile. Alle mie richieste seguono soltanto dei secchi "no". I cani iniziano ad agitarsi, ma io non mi calmo. Sono sempre più nervoso, non ho voglia di lasciar passare l'ennesimo tentativo di assoggettarmi ed annullarmi, non posso spostarmi: non nel mio spazio. Allora, decido di alzare le mani. 

Ho paura, perché la violenza mi ha sempre spaventato. Ho paura di perdere il controllo, sono terrorizzato dai cani, nervosi più di me, che non riesco a vedere ma percepisco agitarsi dietro le mie spalle. Alzo la mano, parte il primo schiaffo.  Ad ogni impatto del mio palmo aperto sul volto dell'uomo, sento dei latrati disumani (controsenso). Sono suoni fuori dalla natura, bestiali rintocchi che scandiscono il tempo dell'aggressione. Dolore, rabbia e paura si liberano nel gesto dello schiaffo che si estende in una dissonanza avvolgente. E io, sono incolume.


Mi giro. Dietro al tavolo uno spettacolo agghiacciante. Un cane morto, gli altri due feriti.  C'è stata una lotta devastante, i cani rimasti in vita hanno entrambi perso una zampa, il pavimento è pieno di brandelli di carne e sangue. Perché? Semplice: i cani hanno deliberato. Due contro uno hanno deciso che la legge ha la priorità sull'affetto personale, che il giusto trascende il singolo individuo. Difendere il proprio padrone sarebbe andare contro un'etica al di là della persona (animale?) ed una morale che trascende la natura.



Ho sempre apprezzato la determinazione del regno animale: non c'è tempo per disperarsi, anche con una zampa in meno non si può smettere di vivere, anzi è come se non mancasse nulla. L'avete mai visto un cane con tre zampe? Zoppica, ma non se ne rende conto. Così i due pastori tedeschi rimasti in vita leccano i loro arti menomati e si accucciano vicino al cadavere del loro compagno, formando una sorta di cerchio vita - morte - vita. 

Mi guardano, io li osservo. Mi ricordo di quella puntata di Evangelion dove viene presentato un supercomputer, bio-computer forse, il Magi-01, composto da tre unità modellate su tre aspetti diversi di una singola personalità: la dottoressa Naoko Akagi. Ho sempre trovato geniale l'intuizione di affidare il funzionamento dell'avamposto tecnologico a difesa dell'umanità a un computer di sesso femminile, diviso nel suo essere una madre, una scenziata ed una donna. La giusta decisione è affidata ad un computer che introietta in sè l'esperienza dell'essere umano, anzi qualcosa di più radicale. Non è la semplice estremizzazione razionale del calcolo (del tipo: gli insegno le funzioni base, come le addizioni, per risolvere in tempo nullo qualsiasi tipo di operazione) ma è il porre l'Affetto, maiuscolo perché materno, alla base di ogni possibile scenario.



Le decisioni non si prendono da soli, ma neanche in due. Continuo a pensare che si debba essere per forza in tre per sbloccare una situazione. Chissà perché? Rifletto. Mi sveglio.

mercoledì 19 febbraio 2014

La Voce della Luna [Fellini Checklist 24/24]

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E Ciàula si mise a piangere, senza saperlo, senza volerlo, dal gran conforto, dalla grande dolcezza che sentiva, nell'averla scoperta, là, mentr'ella saliva pel cielo, la Luna, col suo ampio velo di luce, ignara dei monti, dei piani, delle valli che rischiarava, ignara di lui, che pure per lei non aveva più paura, né si sentiva più stanco, nella notte ora piena del suo stupore” - Ciàula Scopre la Luna, Luigi Pirandello, Novelle per un Anno.







“La voce della Luna” è la fine di un viaggio. E in quanto tale è giusto che inizi in un cimitero. Non si respira, però, aria di morte. L'infinita notte che permea tutto il film, non rappresenta l'oblio dei sensi ma è il buio rievocato da Mastroianni in "Ginger e Fred". È quella zona di confine, al di là della percezione, oltre la razionalità, a cui Fellini ha sempre puntato. “La voce della Luna” è la teofania del ricordo, il panteismo felliniano è ormai completo.







Vi parlo dal pozzo. Qualcuno sente? Non so dirvi cosa... Ma un giorno succederà. Divertitevi a scoprirlo. Anche se forse non sarà un evento. Oppure non sarà simpatico. Imparate a flettervi. Le persone a volte non esistono. Diventano solo parte degli eventi. Imparate a flettervi, e sopravviverete.” - Distopi, Uochi Toki







L'atto ultimo di Fellini è la conquista della natura e delle sue leggi. I suoi spettri sono un tutt'uno con il mondo, lo abitano e lo modificano. Gli uomini divengono alberi, dialogano con le viscere della terra attraverso i pozzi e seducono la luna. In questa congiunzione totale tra cinema e materia, tutte le grandi problematiche della filmografia di Fellini sembrano risolversi. La ricongiunzione con l'immagine della donna/madre viene abbandonata nella divertita accettazione dell'eterogeneità del sesso femminile. Il “vero” ballo del prefetto Gonnella (Paolo Villaggio), incarnazione del bello artistico, viene riconosciuto ed assorbito da una caotica folla di giovani. La chiave della riconciliazione risiede quindi nell'abbandono di sé, nel divenire parte di un processo fluido e contraddittorio. Qualsiasi pretesa razionale è definitivamente infranta: il mondo di Fellini non ha più bisogno di spiegazioni.







Non devi capire, guai a capire! E che faresti dopo? Devi solo ascoltare, solo sentirle quelle voci e augurarti che non si stanchino mai di chiamarti


Ma il pericolo è dietro l'angolo. L'esperienza ricercata per una vita intera è a rischio. Perché lo schermo sembra ormai pensato solo per defraudare lo spettatore. La Luna, guida e punto di riferimento, tradisce Ivo Salvini (Benigni) e tronca il dialogo per annunciare la pubblicità. L'interruzione viene dal nostro satellite (grandissima intuizione): la televisione ha cambiato le regole del gioco. Fellini, giunto al termine, sceglie il silenzio. Ci lascia così, senza una vera soluzione, al buio, privati anche della Luna. L'unico gesto possibile è quello di interrogare il pozzo, rivolgere lo sguardo dentro se stessi, in cerca di quell'idea inafferrabile che potremmo chiamare “verità”. Così che il ricordo, superi la morte.






Come mi piace ricordare, più che vivere. Del resto, che differenza fa?

martedì 18 febbraio 2014

Intervista [Fellini Checklist 23/24]

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“Intervista” è l'ennesima indagine autobiografica portata avanti da Fellini. Impostazione che caratterizza gran parte della sua cinematografia a partire dagli anni '70 in poi, il raccontarsi diviene una vera e propria ossessione del regista. Il compito ultimo del cinema sembra quello di essere testimone e testamento allo stesso tempo. Lo sguardo indietro travolge un'intera epoca fino a richiudersi nell'esperienza privata dell'autore. “Intervista” è l'elemento finale di questo percorso a ritroso, dove per l'ultima volta, Fellini racchiude tutta la sua arte, i suoi sogni, la sua vita.







Dopo l'omaggio a “Roma”, città adottiva, la memoria non può che soffermarsi sul luogo che ha reso possibile ogni mondo altrimenti impossibile: Cinecittà, la romana fabbrica dei sogni. Sono di nuovo le soluzioni formali a lasciare stupiti. È incredibile come dopo quarant'anni di carriera Fellini riesca ancora a sorprendere lo spettatore re-inventando ogni possibile narrativa. Realtà, finzione e finzione nella realtà si danno continuamente il cambio in una danzare incessante che non vizia mai l'attenzione dello spettatore. Fellini, genio per eccellenza, riesce ad abbattere qualsiasi barriera razionale, tutto è credibile: il suo cinema non fa altro che affermare la totale coincidenza tra sogno e realtà al di là dei film, oltre la vita. Fellini rimarrà per sempre incastrato tra passato, presente e futuro nella continua riproposizione delle sue pellicole. Tutta la sua vita, non è stata altro che il fantastico racconto di un visionario.







Intervista” è quindi il momento massimo di riflessione autoriale a cui giunge Fellini, e probabilmente il miglior risultato. L'incontro dopo trent'anni di Anita Ekberg e Marcello potrebbe da solo racchiudere tutta la cinematografia del regista. Nell'intenzione, nel modo, nei tempi, ma soprattutto negli sguardi commossi dei due vecchi attori risiede un segreto inconfessabile: un dono eterno, che sopravviverà a tutti quanti. Il film (e perché no, tutta una carriera) potrebbe chiudersi così, nella commozione verso il passato che però è anche l'orgoglio di un successo. Ma Fellini decide di donare quel “raggio di speranza” tanto agognato in passato dai suoi produttori. E il ciak torna a battere riazzerando la realtà, pone un nuovo inizio oltre la fine. L'addio, non sarà mai definitivo.







Ascoltandoli pensavo che mi stessero preparando le delizie di un addio” - Marcel Proust, I Guermantes, Alla Ricerca del Tempo Perduto

lunedì 17 febbraio 2014

Ginger e Fred [Fellini Checklist 22/24]

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Per Fellini, “Ginger e Fred” segna la chiusura di un cerchio. L'amarcord diviene oggetto di sé stesso. Il ricordo re-immaginato dal cinema è la sua medesima storia, non la vita che lo precede. Ogni singola inquadratura racconta e si confronta con il Fellini regista, prima ancora che uomo. È incredibile come l'autore riesca a fondere narrativamente diversi piani concettuali senza mai però interrompere l'indefinito equilibrio che domina tutto il film. Ginger e Fred sono, in primo luogo, il simbolo del cinema, non solo americano. Rappresentano quel punto di unione tra storia e performance che Fellini ha sempre cercato di ricreare in ogni sua scena: quella fusione tra potenza dell'immagine e meraviglia circense, vera magia, che solo il cinema riesce a trasmettere. Ma Ginger e Fred sono anche Giulietta Masina e Marcello Mastroianni. Più di due semplici attori feticcio, sono il punto massimo dell'autobiografismo filmico di Fellini, ancor più di quando decideva di farsi inquadrare personalmente. Il loro volto ha incarnato la visione del regista innumerevoli volte e, proprio come Nino Rota, i loro personaggi sono cresciuti ed invecchiati ad ogni film. La vecchiaia che abita le loro facce in “Ginger e Fred”, è il segno di un percorso durato trent'anni, la traccia indelebile di una magnifica storia.











“Ginger e Fred” non è solo una rievocazione nostalgica del passato, è un confronto diretto con il presente. È la problematica presa di coscienza della sparizione dello spazio proprio dell'arte. La Gloria N. de “E la Nave Va” è stata definitivamente abbattuta da una società in continuo progresso. La cultura di massa ha inglobato qualsiasi forma espressiva ed ha imposto i suoi tempi ed i suoi luoghi. La televisione ha assimilato il cinema in modo subdolo ed ha degradato i suoi prodotti a merce di consumo. L'immagine è diventata pubblicità. Ciò che in “Le Tentazioni del Dr. Antonio” era solo un pretesto comico è, a conti fatti, un'intuizione sociologica di non poco conto. La tv non ha fatto altro che risemantizzare il linguaggio filmico riempendo l'immagine di vuoti rimandi sessuali. L'estetica è ricondotta al sesso, tutto è volto all'eccitazione dello spettatore ormai incapace di associare il desiderio ad un contenuto determinato. Nel piacere della pubblicità, lo spettatore diviene consumatore.







La grandezza del cinema di Fellini è quella di aver sempre rivendicato un'autonomia essenziale. L'immagine si è sempre presentata come altro dalla realtà. Un di più spettrale, un residuo visivo impercettibile che nel suo manifestarsi trasfigurava completamente il mondo, e con esso, chi guardava. Il cinema di Fellini non poteva essere altro che uno spirito indefinibile. Sono gli stessi Ginger e Fred ad ammetterlo. Di fronte alla fame insaziabile dei telespettatori, però, questo non è possibile. La forzatura massima della televisione è consistita nell'abbattere la linea di confine tra l'inafferrabilità dell'immagine e la realtà. È piombata prepotentemente nello spazio comune e condiviso, ha piazzato schermi ovunque, ha distrutto la singolarità di ogni possibile esperienza. È divenuta semplice conferma del mondo che l'ha generata, uccidendo qualsiasi alternativa dell'immaginazione. Le luci del varietà sono diventate l'unica possibilità di esistenza dello spettatore. Nel buio totale del black-out è la vita stessa a fermarsi.
Proprio qui, invisibili e intangibili, Ginger e Fred trovano la loro verità. Nell'essere per sempre fuori dal tempo e sfuggevoli allo sguardo. Nell'essere il negativo che riusciva a muovere, in qualsiasi direzione, lo spettatore. Il cinema di Fellini sarà per sempre fantasmagorico.

Ma lo sai che non sto niente male qui? È come nei sogni, lontano da tutto. Un posto che non sai dove sia, come ci sei arrivato. […] Siamo dei fantasmi che vengono dal buio e nel buio se ne vanno




domenica 16 febbraio 2014

E la Nave Va [Fellini Checklist 21/24]

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Per Fellini, gli anni '80, terza decade dietro la macchina da presa, si erano aperti con due tentativi falliti di rinnovamento forzato del proprio cinema. Quello che potremmo definire il filone “politico-sociale” giunge al suo massimo ne “E la Nave Va”, dove il regista riesce nell'impresa di ricongiungere sul grande schermo le sue immagini e il mondo che lo circonda. Superando l'ultimo, e più difficile ostacolo espressivo, è nello spazio delimitato della “Gloria N.” che Fellini tira le somme di tutta la sua cinematografia. Colpisce significativamente la mancata identificazione con il narratore, figura sbeffeggiata sin da “Amarcord”, ma sempre presente. È comunque il cinema a riflettere su se stesso ma nel farlo, impone l'obbligo di trattarsi da estraneo. Fellini sceglie di non comparire (anche nella meta-apparizione finale), non tanto per mantenersi esterno al racconto, ma proprio per non porsi, con la sua concretezza, separato dalla sua creatura. Il travestimento, l'alter-ego maschera/clown, è la condizione necessaria per poter affrontare la propria interiorità.






“E la Nave Va” è, allo stesso tempo, un biglietto da visita e una lettera d'addio. Fellini, come mai prima, riesce ad unire pensiero e ricordo, “8½ ” ed “Amarcord”, omaggiando in modo tenerissimo il cinema e la vita. È la scena iniziale a dircelo: è il cinema ad avere vita propria, qualsiasi sia l'epoca e indipendentemente dalla tecnica, ci sarà sempre un mezzo, una nave pronta al racconto. Il film è la nave, lo spazio della messa in scena, l'unico luogo possibile dove può risiedere l'arte. Prima di tutto, però, la scelta della musica: forse la decisione che più commuove, è l'aver voluto raccontare il proprio cinema tramite l'omaggio a Nino Rota, compagno di viaggio di una carriera (vita) intera. Di fronte al funerale della musa scomparsa, è il film stesso a volersi musica. È solo con essa che trova la parola, unicamente in essa trova il suo compimento. L'ombra della perdita presente in ogni nota, è il sincero commiato di Fellini a l'unica altra persona che riuscì a rendere tale la magia di ogni suo film.






Quello che rende “E la Nave Va” la pellicola di Fellini più completa ed unitario dai tempi de “8½ ”, è il modo in cui riesce a porsi dialetticamente con il mondo e la Storia. Lontano dalle crisi sociali, il film evita qualsiasi riferimento diretto alla contemporaneità (niente sindacati e femminismo) collocandosi temporalmente agli albori del 900. Ma in questo maniera non avviene un rifiuto della realtà, anzi rappresenta proprio il distacco necessario ricercato a lungo. Fellini arriva ad intuire che, affinché il cinema possa parlare del proprio tempo onestamente, non può farlo in modo volontario. La vita, nella riflessione senza tempo dell'arte, è solo un sotto-testo, un imprevisto non voluto. In questo “E la Nave Va” ricorda tantissimo il Jean Renoir de “La Regola del Gioco” o volendo il Luis Buñuel de “Quell'Oscuro Oggetto del Desiderio”. La riflessione lucida de “ La città delle Donne” è un vicolo cieco senza uscita. L'unica possibilità di dialogo tra arte e sguardo politico è l'annullamento della prima nella contaminazione della seconda.






Nel drammatico scontro tra il cinema e la realtà, Fellini si dichiara sostanzialmente sconfitto. Un film non potrà mai essere testimone della Storia (l'incapacità di determinare il motivo dell'attacco della nave austro-ungarica, tramite la decisione di mostrare la stessa scena più volte, ogni volta leggermente modificata, è una soluzione già utilizzata da Buñuel ne “L'Angelo Sterminatore”). È in questa incapacità, però, che l'arte decide di morire in piedi. Fellini non verrà mai fagocitato dalla realtà, la sua opera si pone al di là di ogni narrazione. La consapevolezza della finzione, l'apparire del set, è la rivendicazione di autonomia massima. Fuori dal tempo, il cinema potrà raccontare di nuovo la sua storia. E la nave, per sempre, va.



sabato 15 febbraio 2014

La Città delle Donne [Fellini Checklist 20/24]

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Sebbene “La Città delle Donne” segni il ritorno di Fellini al grande schermo dopo l'ennesima esperienza televisiva, il film presenta le stesse problematiche del docufiction “Prova d'Orchestra”. Lo scontro frontale con la realtà e la sua parodizzazione, manifesta pretesa politica ormai presente nel cinema di Fellini, è un elemento che il regista non riesce a domare in pieno. Fellini cerca di far irrompere il presente nel suo mondo, di attualizzare la sua visione per strapparla dalla riflessione astratta. “La Città delle Donne” è quindi un tentativo di ripresa dell'universo a sé stante de “La Dolce Vita” e “8½ ”, dove l'autore cerca di concretizzare e modernizzare un'esperienza sostanzialmente unica e irripetibile. Il riferimento, vero e proprio ritorno, lo si intuisce da subito: Mastroianni protagonista, alter-ego prediletto di Fellini, incarna ancora una volta un personaggio in balia degli eventi, o ancora meglio, della sua fantasia. Snaporaz, uomo vittima dei suoi stessi sogni e Guido Anselmi, regista in crisi, sono solo differenti incarnazioni della stessa figura archetipica tanto cara a Fellini. Il regista nelle due pellicole, non fa altro che sviscerare a fondo due configurazioni di un unico io.
In cosa differiscono dunque i due film?









Innanzitutto “La Città delle Donne” è un'indagine lucida e razionale sulla figura femminile nella società moderna, e tradisce la sua superficie di racconto onirico. L'elemento surreale, base fondante in “8½ ”, qui risulta essere soltanto un pretesto narrativo: l'esplorarsi lascia il posto ad una ricerca ambiziosa. In quanto tale, esige e pretende una soluzione. Questo il limite insormontabile del film: i capolavori di Fellini, tra i quali “8½ ” è la vetta massima, si ponevano in un rapporto di reciproca influenza con il proprio autore, anzi lo sovrastavano. Era lo stesso Fellini a lasciarsi trasportare dall'idea, ad inseguire un sogno meschino, ormai svanito ed irraggiungibile. L'universale fascino che riusciva a suscitare, derivava si da una profonda analisi introspettiva, ma la volontà del regista si annullava completamente in essa. Solo così si generava una sincera riflessione sull'arte e sul mondo, senza limiti e confini. Più di un quarto di secolo dopo, Fellini cerca di replicare la magia, ma è una strada che non può essere battuta razionalmente e il risultato è fallimentare, a partire dall'intenzione.








Ciò che rimane è l'immancabile bellezza del cinema felliniano. Un'identità estetica inesprimibile a parole, che vive di immagine pura, unita a intuizioni mai ridondanti. Però questa volta manca il collante che riusciva ad unificare la potenza della visione in un unico atto di fruizione. La sensazione che trasmette “La Città delle Donne” è quella di un continuo esercizio di stile che non riesce a connettere le sue immagini in un tessuto organico. È proprio con questa assenza che ci si rende conto quanto determinante fosse la storia nella fruizione dello sguardo di Fellini. La narrativa scollegata ed episodica de “La Dolce Vita”, l'incedere rapsodico di “8½ ”, l'eccessivo barocchismo de “Giulietta degli Spiriti”, il pretesto storico-letterario de “Satyricon” e “Casanova” (vere e proprie reinterpretazioni tanto da necessitare il nome del regista nel titolo) divengono elementi importanti tanto quanto la forma/immagine nel ripensamento della cinematografia del regista. Senza un apparato narrativo stratificante, la visione si perde nel volgare e nel ridicolo. Il confine tra il sensato e il pretestuoso viene tristemente abbattuto: “La Città delle Donne” si auto-demolisce nel suo desiderio programmatico di voler colpire lo spettatore, nel voler disturbare il suo sguardo. Fellini, per la prima volta orfano di Nino Rota, fallisce nell'ingenuo tentativo di cercare l'ispirazione ripercorrendo i suoi passi. “La strada” è un'altra.




venerdì 14 febbraio 2014

Prova d'Orchestra [Fellini Checklist 19/24]

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“Prova d'Orchestra” è l'ennesimo film da inserire nel filone delle “docufiction per la tv” che negli anni '70 (precisamente dal 69 con “Block-Notes di un regista” al 79, con “Prova d'Orchestra”) predomina all'interno della cinematografia di Fellini. Dalla lunghezza anomala, 70 minuti (poco più che un corto) è certamente un film atipico nella produzione del regista sia formalmente che contenutisticamente. Per capire la sua “diversità” è utile prendere due punti di riferimento. Da una parte c'è l'autore stesso che lo definì “un filmetto” dall'altra, una poi non così tanto obiettiva Wikipedia che, nella pagina dedicata al film, decide di scostarsi dal campo enciclopedico e si lancia in un'entusiastica analisi filmica che sa tanto di difesa e riscatto del testo cinematografico. A chi credere? Dove si può situare uno sguardo lucido? Intanto, il link:








Se la virtù sta nel mezzo, probabilmente ci si trova anche il valore effettivo di “Prova d'Orchestra”. Lungi dall'essere un filmetto, non è neanche un capolavoro. Sebbene l'intento comunicativo sia chiaro, manca quella affascinante semplicità che ha da sempre contraddistinto tutti gli sforzi di Fellini. La riflessione sull'arte va ben oltre la superficialità dell'attualità politica, ma non sembra liberarsene completamente. Quello che in "8½" era un mondo compiuto in se stesso, in “Prova d'Orchestra” è profondamente scisso. Non solo nella sua ricezione (autore/spettatore) ma nel suo intimo, nella sua essenza. Il pericolo di scendere così profondamente nell'attualità, nello spazio condiviso (politica dovrà pur significare qualcosa) è troppo persistente per essere interamente superato dalla riflessione metafisica e trascendentale sull'arte e sul processo creativo.







Il riferimento vivo al sociale/politico è una ferita troppo grande per essere rimarginata dall'Amarcord felliniano. Il film risulta quindi scisso, incompiuto, separato. Le intuizioni formali di messa in scena, i divertissement narrativi, lo sguardo inconfondibile del regista sono presenti (ma anche questa volta, Fellini si nega la corporalità e non si spinge oltre alla voce fuori campo) ma rimangono sospesi in un limbo di incompiutezza che cerca continuamente di rivendicare la sua unità. “Prova d'Orchestra” parla politicamente di un'arte che non avrà mai luogo, se non nella visione di Fellini. Il fallimento della ricongiunzione finale tra il direttore e la sua orchestra, mancanza di armonia, è allo stesso tempo la disfatta del film stesso: è l'arte a rivendicare la sua negatività, la sua riottosa autonomia. L'impossibilità di imbrigliarla nei confini del mondo.




giovedì 13 febbraio 2014

Il Casanova di Federico Fellini [Fellini Checklist 18/24]

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Dopo più di 25 anni dal suo debutto nel ruolo di regista, Fellini ha chiaramente raggiunto un'età di maturità artistica. “Il Casanova di Fellini” si configura come una sovraesposizione delle caratteristiche proprie della sua cinematografia che però, esaurisce la sua carica sperimentatrice all'interno dei confini tracciati in precedenza. Sia ben chiaro, la meraviglia non viene certo a mancare: come di consueto Fellini riesce a parlare un linguaggio sempre diverso ma riconoscibile, trova nuovi escamotage e soluzioni formali che arricchiscono la sua tavolozza espressiva. Manca quella ricerca tesa a sfondare i limiti grammaticali e conoscitivi del cinema. La perfezione tecnica artigianale de “Il Casanova”, proprio come la donna meccanica, è anche il suo limite, la sua chiusura. Non si trova quella sincera ingenuità, quell'eccesso residuale che rendeva più interessanti film sicuramente meno riusciti: lo sbilanciatissimo (in ogni suo aspetto) “Giulietta degli Spiriti” potrebbe essere un ottimo esempio. In quel caso Fellini non si poneva nessun limite nell'uso del colore, utilizzato per la prima volta in un lungometraggio, e il risultato, barocco e grottesco, impressionava per la sua imperfezione. Da quel di più, per molti un passo falso, si sono potute generare le premesse formali entro le quali si muove “Il Casanova”. Se da una parte si trova l'equilibrio, dall'altra il film non possiede quella dirompenza espressiva che tipicamente catturava lo spettatore in ogni film di Fellini.







Contemporaneo a “Barry Lindon” di Kubrick, “Il Casanova” sebbene ne condivida le premesse (la messa in scena storica. Se si vuole, “il film in costume”), formalmente si colloca all'opposto. La pellicola di Fellini, infatti, è innanzitutto incentrata sulla messa in scena di spazi chiusi, al limite del claustrofobico. Inoltre, all'attenzione maniacale nella ricostruzione dei vestiti dell'epoca, sforzo che valse l'oscar ai miglior costumi nel '77, si affianca la scelta volutamente surrealista, di ricorrere a fondali dipinti e ad un grande uso di materiali plastici nella composizione della scenografia. L'anti-naturalismo non viene per nulla mascherato, anzi viene posto in evidenza: il mare in tempesta all'inizio del film è un ottimo indice del lavoro svolto per tutto il film. Questo contrasto tra personaggi e contesto, risulta nell'ennesima intuizione autoriale di Fellini che riesce a donare un'identità estetica definita ed unica ad ogni suo prodotto. L'immagine diventa quindi perfetta espressione, e sua naturale estensione, di una narrativa incastrata tra storia, sogno e ricordo.







La “maturità” di Fellini ha il pregio di essere pensata come tale da chi conosce le sue opere. “Il Casanova” è un film che poteva arrivare solo in uno stato avanzato di una carriera, non solo per il pregresso su cui è costruito, ma anche perché una pellicola del genere può essere concessa, in termini di fruizione/pubblico ma anche realizzazione/produttori, esclusivamente ad un regista affermato. L'inibizione con cui Fellini parla del sesso (argomento centrale ma quasi sempre sotterraneo nella sua cinematografia) ne “Il Casanova” è possibile solo se viene concessa carta bianca da parte del cinema stesso. Il regista, privo di ogni limite, affronta l'ultimo grande tabù della cultura occidentale con disinvoltura e senza mai cadere nel ridicolo, o ancora peggio, nel volgare. Anzi, notare come le scene di nudo vengano limitate rispetto ai suoi film precedenti. Nell'affrontare frontalmente il sesso, Fellini preferisce alludere solamente all'immagine (a tal proposito, i simboli fallici si sprecano, e l'episodio della “balena mona” rientra proprio nel discorso dei confini attraversabili solamente da un autore riconosciuto come tale) e le scene di passione vengono rappresentate volutamente in modo parodistico. Ciò che caratterizza l'erotismo de “Il Casanova” è la sua totale inscindibilità dall'impulso di morte, volontà di annullamento. Seconda grande intuizione di Fellini, questa volta a livello contenutistico, è scegliere di portare Eros e Thanatos sempre ed indissolubilmente legati.










Le avventure di Giacomo Casanova, “vitellone invecchiato”, sono una continua ricerca del totale abbandono di sé, ogni orgasmo una dichiarazione di sconfitta. La sottomissione alla donna/madre è totale, incessantemente il protagonista farnetica una riappropriazione inesistente, un ritorno nel grembo pre-natale nel momento di maggiore godimento. Il massimo conoscitore dell'arte del sesso, incarnazione del seduttore (ritorna la volontà linguistica generatrice di Fellini) è in realtà un potenziale suicida, incapace di una vera relazione. La conoscenza razionale a cui riconduce il sentimento, l'eros, è la manifestazione più evidente della sua ossessione per la morte, thanatos. La meccanicità dell'approccio culmina nel godimento dell'unione con un'automa (anticipando di anni il problema sociologico di internet e la pornografia). Il finale, evidenzia il limite del film. L' Amarcord non è più una fluida rappresentazione della vita, ma il tentativo di cristallizzare il passato per sfuggire alla morte. Casanova, nel suo ricordo, si unisce alla danza della bambola, diviene anch'esso meccanismo senz'anima, si ipostatizza per sempre devitalizzandosi. Il cinema di Fellini, per la prima volta, cerca di divenire monumento: trova la morte nella sua bellezza.